Archivio mensile:marzo 2014

trasferelli storici

I Trasferelli: creatività e disegni in un gioco cult anni 70

Tanti bambini degli anni 70 e 80 li usavano per dare sfogo alla propria creatività, e anche se oggi capita sempre più di rado di vederli in giro, il solo nome basta a riaccendere la nostalgia e ad alimentare i ricordi: stiamo parlando dei mitici Trasferelli, i leggendari disegni trasferibili che hanno segnato l’infanzia di una generazione.

All’epoca, ogni giro in edicola o in cartoleria prevedeva sempre lo stesso copione: cercare di convincere i genitori a comprare l’ennesima bustina di Trasferelli, o il nuovo set con l’album in cartoncino. E d’altronde, al prezzo di appena 100 lire, le bustine si prestavano bene a farsi collezionare, un po’ come le altrettanto leggendarie figurine Panini.

Ma a differenza delle loro “colleghe” figurine dei calciatori, i Trasferelli permettevano una creatività molto più ampia: era infatti possibile trasferire i disegni dove si voleva, negli appositi album ma anche su quaderni, diari, e su qualsiasi superficie di casa!

I Trasferelli erano popolarissimi in Italia, ma ad inventarli fu l’azienda britannica Letraset nel 1960, con il nome di Action Transfers. All’inizio degli anni 70 la produzione fu spostata definitivamente in Italia, presso la società Sodecor, che diede inizio al boom dei Trasferelli nel nostro paese.

In seguito anche altre società, tra cui la Gillette, iniziarono a produrre disegni usando la stessa tecnologia, ma anch’essi per comodità divennero conosciuti come Trasferelli. Sul finire degli anni 80 gli adesivi conobbero un rapido declino, che li portò in poco tempo a sparire quasi completamente dalla circolazione.

Oggi i Trasferelli sopravvivono soprattutto nella memoria di appassionati e collezionisti, che adorano ripescare reperti d’epoca nei mercatini dell’antiquariato e anche su internet. Ma per chi fosse troppo giovane per aver vissuto quegli anni, come spiegare cos’erano e come funzionavano i Trasferelli?

Come funzionano

I Trasferelli erano essenzialmente degli adesivi che contenevano dei disegni, da applicare su una superficie di carta in maniera simile a una decalcomania. A differenza di questa però, i disegni non andavano trasferiti umidificando la parte adesiva, ma calcando la superficie tramite la punta di una matita, o un altro oggetto che permettesse di fare pressione.

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Questa tecnica fu inventata proprio dalla Letraset, ed inizialmente era applicata solo a fogli con caratteri tipografici trasferibili, usati nel campo dell’editoria. Solo dal 1964 l’azienda ebbe la geniale idea di applicare questa tecnica ai disegni destinati ai bambini, creando così i Trasferelli.

I disegni erano stampati con speciali inchiostri serigrafici su un foglio di plastica, a cui dovevano aderire pochissimo in modo da poterli trasferire più facilmente. L’altro lato del disegno era composto di una superficie adesiva, coperta da un foglio di carta siliconata per protezione.

Per “trasferire” i disegni era sufficiente rimuovere la carta siliconata, far aderire la superficie adesiva al foglio di carta nella posizione desiderata, e ricalcarla con una matita per farla rimanere impressa.

In questo modo i Trasferelli potevano essere impressi su qualsiasi superficie, in qualsiasi scenario e posizione per dare vita a creazioni veramente originali!

Inizialmente i disegni erano monocromatici, ma con l’affinarsi delle tecniche e l’utilizzo della quadricromia i Trasferelli colorati iniziarono a prendere il sopravvento, dando vita alle serie di set che spopolavano negli anni 70.

I migliori set

La parte più bella del mondo dei Trasferelli erano forse gli appositi set dedicati, che permettevano di inserire oggetti, animali, e personaggi all’interno di contesti particolari.

Gli album in cartoncino rappresentavano infatti uno scenario a tema, in cui era possibile inserire le figurine dei Trasferelli in base alla propria fantasia e creatività. Le figurine includevano non solo personaggi e animali, ma anche oggetti come piante, aerei, armi, o vestiti.

I set originali dei Trasferelli si dividevano in 5 categorie: grandi battaglie, fiabe, sport, natura, e avventure. Alcuni di questi set avevano anche un grande valore educativo, ad esempio quelli a tema storico che permettevano ai bambini di imparare divertendosi.

trasferelli storici

Tra i Trasferelli a tema sportivo abbondavano quelli dedicati al mondo del calcio, a volte abbinati agli album di figurine “classiche”, a volte rappresentanti i campioni dell’epoca.

trasferelli calcio

Oltre alle serie originali, esistevano anche tanti set dedicati a serie TV come Guerre Stellari, ai personaggi della Disney, o a cartoni animati anni 70 come Ufo Robot o Capitan Futuro.

capitan futuro trasferelli

Per finire, non dimentichiamo gli speciali quaderni dei Trasferelli, che potevano essere decorati seguendo lo slogan “Fuori ci gioco, dentro ci scrivo”.

quaderni trasferelli

Nostalgia dei Trasferelli? Fai un salto su Kijiji per ritrovare album e adesivi d’epoca, ancora in ottimo stato!

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Le piste Polistil: la Formula 1 piomba in salotto!

pista polistil

La Formula 1 non è certamente un gioco da ragazzi. Eppure quando molti di noi erano ragazzi, c’era un gioco che ci rendeva campioni di Formula 1 nelle nostre camere (se c’era abbastanza spazio), o nel nostro salotto.

Le piste Polistil erano molto di più di una corsa tra due macchinine. Ci voleva dapprima uno spirito da ingegnere, nel progettare la pista: molto meglio mettere una curva dopo l’altra, per rendere il gioco più difficile.

C’erano poi i dettagli da intenditori: box, scambi e alimentatori potenziati che rendevano quei tracciati dei veri e propri gioiellini. E ci voleva anche un vero pilota: la macchinina andava spremuta al massimo su quei lunghi rettilinei, e il rischio di uscire in curva era dietro l’angolo.

Così come le Mini 4WD Tamiya, un altro mitico marchio di macchinine anni 80, anche le Polistil hanno fatto nascere la passione dei motori in una generazione di bambini, con quelle gare mozzafiato e quella miriade di modelli tutti da collezionare.

Nonostante queste piste fossero così elaborate e uniche, a tanti anni di distanza il rischio è di dimenticare la storia di un gioco che ha fatto sognare molte generazioni di italiani. A scanso di equivoci, noi abbiamo pensato di riscoprire la storia di questi gran premi di Montecarlo in miniatura.

Le slot car più famose d’Italia

Polistil, il marchio di slot car dominante nel nostro paese, ha una storia lunga, fatta di successi (gloriosi gli anni 80) e sconfitte, ultima delle quali la chiusura nel 1993.

Il primo nome di questa società italianissima, nata nel 1960, era Politoys: milanese il centro di progettazione dei veicoli, che venivano poi assemblati a Chiari in provincia di Brescia.

A dirla tutta, le primissime macchine degli anni 60 non riscossero un gran successo: il costo era elevato e le vetture non erano al livello di performance di quelle inglesi, che all’epoca erano le migliori sul mercato, con le Scalextric e Mettoy a farla da padrona.

Fu negli anni 70, con il passaggio dalla scala 1/32 alla scala 1/24, che iniziò l’ascesa dei modellini Polistil verso il successo. È di quegli anni anche l’adozione ufficiale del nome Polistil, con cui venne ribattezzata l’intera ditta.

È da ricordare infatti che la Politoys non produceva solo macchinine. Al contrario, aveva un’ampia gamma di giocattoli, all’avanguardia soprattutto nel campo dell’elettronica. Il settore dedicato ai modellini era chiamato Policar, ma dal 1974 questo marchio venne assimilato a Polistil.

Ma fu negli anni 80 che la Polistil si impose definitivamente come il leader nel campo delle automobiline giocattolo in Italia, e come uno dei più importanti produttori di giocattoli del nostro paese. È di questi anni infatti la mitica linea Champion 175, che riproduceva in modo molto accurato le macchine di Formula 1.

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In questo periodo la Polistil ebbe anche la fortunata idea di introdurre le corsie box e le curve con diverso raggio, che permettevano agli appassionati di riprodurre veri e propri circuiti di Formula 1 dando vita a gare mozzafiato.

In seguito, la voglia di approdare sul mercato americano e la fusione con Tonka non si rivelarono idee di successo: la competizione con nuove marche quali Bburago e Maisto portò alla chiusura della società, avvenuta nel 1993.

Oggi il marchio Polistil è di proprietà dei cinesi del May Cheong Group, con la milanese MacDue recentemente promossa a distributore ufficiale per l’Italia: chissà che questo non significhi un ritorno in grande stile per le piste Polistil!

I migliori modelli

Alla fine degli anni 80, al termine della sua lunga storia, si calcola che la Polistil avesse prodotto più di 500 diversi modelli di macchinine. Tra esse si contano certamente tanti storici modelli di auto sportive, da rally, e da corsa, ma anche alcuni veicoli piuttosto curiosi.

La prima slot car targata Policar uscì nel 1963: in un periodo in cui le auto sportive italiane facevano sognare grandi e piccini, non stupisce che si trattasse della Ferrari 156, detta “Squalo” per via della forma della presa d’aria interiore.

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La prima serie APS-Policar in scala 1/32 vede la presenza di diverse vetture di Formula 1, oltre a due mitiche auto GT: la Ferrari 250 LM e la Ford GT40 con cofano apribile.

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La vera svolta si ha però con le serie in scala 1/24. Se le prime Policar Super di queste dimensioni con carrozzeria in acetato sono oggi modelli molto rari, successivamente le Policar Racing, dalla più robusta carrozzeria in Moplen e con il nuovo motore Policar 150, conoscono una grande diffusione.

Dopo il flop della linea Evolution del 1974, la serie Champion 175 introduce tutta una nuova gamma di auto da corsa. Tra le tante riproduzioni disponibili per la linea Champion, oltre alle immancabili Ferrari e McLaren, come scordarsi di auto poi scomparse dal circuito internazionale come la Ligier, Tyrrell e l’Alfa Romeo Benetton dell’83?

 

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Alcune riproduzioni di modelli da F1 anni 80

Alla Champion 175 furono poi affiancati due modelli da rally, Fiat 131 Alitalia e BMW 320 Black Carling, e due GT, la BMW M1 Procar e la Ferrari 208 GTB. In seguito verranno aggiunte altre quattro GT: Lancia Beta Montecarlo, Audi Quattro Rally, Lancia Delta S4 e la Peugeot 205.

Non dimentichiamo poi che negli anni la Polistil ha prodotto anche diversi modelli decisamente insoliti, come ad esempio le dune buggy o addirittura le piste da bob.

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Le Polistil oggi

La passione per quei mitici bolidi e per quelle piste da assemblare con cautela è rimasta viva in tanti bambini di allora e oggi. Lo testimoniano le numerose community di appassionati che raccolgono informazioni e dati utili sulle Polistil.

I più tecnologici possono poi trovare facilmente giochi per cellulare o per tablet che permettono di rivivere le gare di macchinine in formato digitale. Chi invece è rimasto affezionato al fascino vintage delle vere piste Polistil, su Kijiji può trovare tanti modellini e piste d’annata per rivivere la propria passione!

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Ricordando Jacovitti: Cocco Bill e tutti gli altri fumetti

cocco bill

Il mondo dei fumetti italiani ha una storia affascinante, e una tradizione di grande prestigio che solo pochi altri paesi possono vantare. Dagli inizi del Novecento, con classici come il Signor Bonaventura, gli italiani hanno sempre avuto una passione speciale per le strisce a fumetti: lo stesso vale per noi di Kijiji, che abbiamo già avuto modo di omaggiare i 10 migliori fumetti italiani di sempre.

Ma il mondo del fumetto italiano è così ricco e variegato che ci sono tanti altri autori che vale la pena citare. Uno di questi è senza dubbio il maestro Benito Jacovitti, fumettista dallo stile unico e creatore di alcuni dei personaggi più amati nel nostro paese.

I fumetti di Jacovitti sono di quelli che non si dimenticano facilmente, e nel bene e nel male hanno segnato la storia del genere. Il suo stile eccentrico e surreale è di quelli impossibili da imitare, e la ricchezza delle vignette non può che colpire fin dal primo sguardo.

Nella vita Jacovitti è stato un gran lavoratore, a volte al centro di critiche e controversie, ma capace fino all’ultimo di andare dritto per la sua strada facendo quello che sapeva fare meglio: disegnare.

Vita e stile di un maestro

BENITO JACOVITTI

Benito Jacovitti nacque nel 1923 a Termoli, in Molise, da una famiglia di origini slave: fino a sei/sette anni la sua lingua madre era l’albanese. Fin dalla più tenera età, il giovane Benito dimostrò una grande passione per il disegno, che non perdeva occasione di mettere in pratica per le strade e sui muri della sua città.

Fu a Firenze, dove si era trasferito per frequentare il liceo artistico, che iniziò ad appena 16 anni la sua prima collaborazione come fumettista, con la rivista Il Vittorioso dell’editrice cattolica AVE.

Nel giro di pochi anni, la sua fama si era già consolidata, e Jacovitti iniziò diverse collaborazioni con le riviste più svariate che alimentarono il suo successo. Prima Il Giorno dei Ragazzi, nel 1955, per cui creò il suo personaggio più famoso, Cocco Bill; poi il Corriere dei Piccoli nel 1968, fino ad arrivare al Giornalino dal 1978. In mezzo, tanti altri lavori, dal Travaso delle Idee a Linus, passando per campagne pubblicitarie e illustrazioni per Pinocchio.

Ma cosa rendeva lo stile di Jacovitti così unico? Ad un primo sguardo, una sua tipica vignetta ricorda la panoramica di una folla dall’alto, con una miriade di personaggi, oggetti, dettagli, che riempiono ogni angolo dello spazio disponibile componendo un quadro ricco e ordinato al tempo stesso.

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I suoi personaggi erano estremamente esagerati e cartooneschi, con le caratteristiche fisiche accentuate fino all’estremo. Ogni situazione disegnata era surreale e assurda, e le barriere delle leggi fisiche erano spinte fino al limite.

Non dimentichiamo poi il suo marchio di fabbrica, i salami e le lische di pesce con cui riempiva gli angoli vuoti. Lisca era anche il soprannome di Jacovitti, nato ai tempi del liceo per la sua eccessiva magrezza.

Il risultato finale era estremamente spassoso. Jacovitti amava definirsi un clown, e i suoi fumetti erano un concentrato di gag fisiche inverosimili, che riuscivano a sdrammatizzare anche i temi più macabri.

Jacovitti ci ha lasciati il 3 dicembre 1997, seguito a breve distanza dall’amata e fedele moglie Floriana Jodice, che lo ha accompagnato durante tutta la sua carriera.

Un cowboy alla camomilla

Un omaggio a Jacovitti non può essere completo senza ricordare il suo personaggio più famoso e amato di sempre, il cowboy Cocco Bill.

Apparso per la prima volta il 28 marzo 1957 sul primo numero del Giorno per Ragazzi, supplemento settimanale de Il Giorno, Cocco Bill riprendeva in maniera ironica gli stereotipi dei classici film western.

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“Siamo nella seconda metà del secolo scorso e le vicende del nostro si svolgono nel leggendario far west. Arizona? Texas? Colorado? Fate voi, ragazzi. L’essenziale è che sia far west!”. Così esordiva uno dei primi numeri di Cocco Bill, per far capire l’impronta ironica che avevano le sue storie.

Cocco Bill era un cowboy che amava da matti la camomilla, e che attraversava il far west in sella al fido Trottalemme, un cavallo parlante che amava le sigarette e la pasta al pomodoro.

Nelle sue avventure, Cocco Bill si scontrava con banditi e pistoleri, che provvedeva a mandare al creatore nelle maniere più bizzarre. Spesso nei suoi viaggi, il cowboy incontrava tribù di indiani come i Ciriuacchi e i Piedi Neri, che parlavano una buffa lingua simile al dialetto napoletano.

Insomma, nei fumetti c’era tutto l’immaginario degli spaghetti western, rivisitato in salsa ironica in puro stile Jacovitti. Cocco Bill negli anni 60 fu anche protagonista di alcuni Caroselli per i gelati Eldorado:

https://www.youtube.com/watch?v=Ru7YuZZOoLg

Il Diario Vitt

Un altro grande successo di Jacovitti negli anni 60 e oltre fu il mitico Diario Vitt, un diario scolastico uscito dal 1949 al 1980 che spopolava tra gli alunni di scuole elementari e medie.

Il Diario Vitt era pubblicato sempre dalla AVE, e in più di 30 anni di vita vendette più di 3 milioni di copie. Una vera istituzione per gli alunni di allora, che oggi è possibile ritrovare tra gli annunci di Kijiji.

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E non finisce qui, perché tutti gli appassionati del grande Jacovitti possono ritrovare tutti i fumetti della serie Cocco Bill e le altre sue opere tra gli annunci presenti nel nostro portale. Mondo pistola, un affarone!

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I Piccoli Brividi: i libri per bambini più spaventosi degli anni 90

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Quella per l’horror è una passione che molti di noi hanno sviluppato fin da piccoli. Se noi adulti, grandi, vaccinati, e con il pelo sullo stomaco, possiamo permetterci di farci catturare anche dai film horror più truculenti, a spaventarci quando eravamo bambini ci pensavano dei classici della letteratura per ragazzi come i Piccoli Brividi.

I Piccoli Brividi sono stati una serie di libriccini che spopolava tra i giovanissimi durante gli anni 90. I temi di fondo delle storie riguardavano l’horror e il paranormale: naturalmente senza eccessi di violenza e con toni adatti ai più piccoli.

Ripensandoci oggi, è difficile ricordare una serie di libri che sia riuscita ad appassionare così tanti ragazzini di quell’epoca. I Piccoli Brividi hanno fatto nascere la passione per la lettura in una generazione di bambini, che li leggevano al buio della loro cameretta, e li scambiavano tra amici nei cortili delle scuole.

Merito di quelle storie spaventose ma anche divertenti, che tenevano alta la tensione con continui colpi di scena e con atmosfere, letteralmente, da brividi. Grazie a questa formula, i Piccoli Brividi sono stati una delle serie di libri di più grande successo di sempre, con più di 300 milioni di copie vendute nel mondo.

La serie negli anni

La serie dei Piccoli Brividi ha origine in America, dove erano conosciuti con il nome originale di Goosebumps, letteralmente “Pelle d’oca”. I Goosebumps erano opera dello scrittore R. L. Stine, uno specialista dei racconti per ragazzi, ed erano editi dalla Scholastic Publishing.

Il primo Piccolo Brivido a vedere la luce fu “La casa della morte”, uscito in America nel 1992 ed edito in Italia da Mondadori nel 1994. Fin dal primo numero il successo della serie fu eclatante: era nato uno dei fenomeni letterari più eclatanti degli anni 90.

piccoli brividi

Nelle storie dei Piccoli Brividi si ritrovavano tutti i temi e gli elementi più classici del genere horror, a partire dalla presenza di mostri come spettri, zombi, e folletti, fino all’ambientazione in case infestate, quartieri di periferia, e altri luoghi isolati. Il “cattivo” più popolare è stato senza dubbio Slappy, un pupazzo da ventriloquo parlante e posseduto dai demoni.

Protagonisti erano quasi sempre ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, alle presenze con situazioni a dir poco paranormali. Le trame erano ricche di colpi di scena, e terminavano spesso con un cliffhanger, ovvero un finale aperto per permettere di continuare la storia in episodi successivi.

La serie originale durò fino al 1997, e diede vita in totale a 62 libri. Successivamente R. L. Stine e la Scholastic produssero altre serie “spin-off” dei Piccoli Brividi, come la Serie 2000, dal 1998 al 2000, e Horrorland, dal 2008 al 2012, riportando in vita la saga in anni più recenti.

In totale, nell’arco di 20 anni, sono usciti 177 libri dei Piccoli Brividi, tradotti in 32 lingue in più di 100 paesi nel mondo.

L’autore

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La mente dietro ad ogni singolo episodio dei Piccoli Brividi è lo scrittore originario dell’Ohio Robert Lawrence Stine, per tutti semplicemente R. L. Stine.

Stine ha avuto una lunga carriera nel campo dei libri per ragazzi. Iniziò a scrivere per la prima volta a nove anni, dopo aver trovato una vecchia macchina da scrivere in soffitta. In seguito fondò la rivista umoristica “Bananas”, a New York negli anni 60, e iniziò ad usare lo pseudonimo Jovial Bob Stine.

Il suo primo romanzo horror, sempre rivolto a un pubblico di adolescenti, è “Blind Date” del 1986. Negli anni 90 iniziò per lui l’avventura Piccoli Brividi, che lo portò al successo internazionale e ad essere uno degli autori più venduti nel mondo.

Oggi R. L. Stine continua a sfornare storie a tema horror, dato che, come ama ripetere: “faccio il miglior lavoro del mondo – terrorizzare i bambini!”. È anche presente su internet con un simpatico sito web ed un profilo Twitter.

La serie TV

Ve la ricordate questa musica? Era la sigla della serie TV dedicata ai Piccoli Brividi, che uscì per la prima volta in America dal 1995 al 1998. Da noi arrivò con un anno di ritardo, trasmessa da Italia 1 dal 1996 al 1999.

In totale sono stati prodotti 74 episodi divisi in 4 stagioni. Tra i personaggi più celebri c’era il malefico pupazzo Slappy, presente in diversi episodi della serie a partire da “Il pupazzo parlante”.

Oggi quasi tutte le puntate di quella mitica serie sono disponibili per intero su YouTube, a partire dal primo episodio dedicato a Slappy che trovate qui sotto:

Volete rivivere le emozioni, o meglio i brividi, di rileggere quei libriccini che hanno segnato la nostra infanzia? Su Kijiji si trovano tanti Piccoli Brividi originali, in ottimo stato e a prezzi imbattibili!

Atari vs Amiga: storia e 10 migliori giochi di una sfida anni 80

atari e amiga

Di questi tempi, quando si parla di guerre tra console, di quelle grandi rivalità tra diverse tribù di gamers, è inevitabile riferirsi alla contemporanea sfida tra Xbox One e PlayStation 4. Eppure, per un motivo o per l’altro, i videogiochi hanno sempre diviso nel corso della loro storia: il vizietto della sfida risale infatti ai primissimi anni del gaming.

Forse la primissima sfida tra console che si ricordi è quella tra Spectrum e Commodore 64 a inizio anni ‘80, ma la più combattuta e famosa nell’Italia di quell’epoca fu quella tra Amiga e Atari, due pilastri dei videogiochi anni 80.

La storia di queste due società è contorta, fatta di intrecci e persone che hanno lavorato su entrambe le sponde.  L’uomo simbolo del passaggio dalla preistoria all’età del bronzo del gaming fu Jay Miner, creatore di Atari 800, che andò in seguito a lavorare per Amiga.

A inizio anni 80, una volta terminato il lavoro sull’Atari 800, Miner voleva voltare pagina e sviluppare una nuova consolle con un processore 16 bit e floppy drive, molto facile da usare e allo stesso tempo economica. L’idea non convinse però i vertici di Atari, che temevano che la nuova consolle potesse penalizzare le vendite della loro famosa 8 bit.

Miner, convinto della forza delle sue idee, decise di lasciare Atari e cercare un finanziamento. Fu così che decise di fondare Hi-Toro, in seguito rinominata Amiga. La struttura di questa nuova compagnia era divisa in due parti: la prima produceva giochi per Atari, e la seconda si occupava invece dello sviluppo di una nuova console dal nome Lorraine.

Lorraine aveva molte possibilità di successo: era potente, supportava fino a 4.096 colori –incredibile per l’industria dei videogiochi di allora – ed era inoltre di facile accesso per gli sviluppatori.

Il 1983 fu però un anno terribile per l’industria dei giochi elettronici, che impose un nuovo intreccio tra la due concorrenti. Atari pagava il fatto di non aver rinnovato la sua gamma consolle dagli anni ’70: le sue azioni, di riflesso, passarono da un prezzo di 60 $ a 20 $. Anche Amiga però non veniva risparmiata dalla crisi: parte del suo business consisteva nel produrre giochi per Atari, ed era quindi in parte legata al successo della concorrente.

A questo punto Atari dovette elaborare un piano per uscire dalle cattive acque: il compromesso prevedeva un prestito di 500.000 $ alla rivale in cambio della scheda di progettazione della consolle Lorraine. In tutto questo, c’era un cavillo pericoloso: se Amiga non fosse riuscita a ripagare il prestito in un mese, l’intero progetto Lorraine sarebbe finito nelle mani di Atari. Difficile essere contenti di un accordo del genere in Amiga, ma la disperazione non forniva facili alternative.

A quel punto solo un deus ex machina poteva salvare la piccola casa californiana, e tale fu l’arrivo di Commodore: comprata Amiga senza problemi, il gigante del gaming anni ‘80 ripagò il debito in tempo utile e decise di lanciare sul mercato Lorraine, ora rinominata Amiga, l’anno successivo.

Atari provò a rispondere alla galvanizzata casa rivale con Atari ST, una consolle che, nonostante il successo popolare, non riuscì a raggiungere la concorrenza in termini di prestazioni.

Impossibile però giudicare queste console a partire dalle prestazioni. Con ormai tre decenni a separarci da quei giorni, sono piuttosto il cuore e il ricordo di quei pomeriggi passati a sfidare gli amici ad influenzare il nostro giudizio. Per far sì che quei momenti non vadano perduti, ecco la lista dei 10 migliori giochi dell’Amiga e dell’Atari, quelli che secondo noi hanno fatto la storia. Secondo voi quale consolle è stata la migliore?

10)   Oids (Atari)

oids atari

Seguendo la scia di grandi videogiochi Atari come Asteroids e Gravitar, questo classico del 1987 è uno sparatutto ambientato nello spazio. Un’ottima evoluzione del genere dal punto di vista della grafica e dei controlli.

9)      Lemmings (Amiga)

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Un divertentissimo gioco puzzle, oggetto di tanti omaggi e parodie, in cui si deve impedire il suicidio ad un gruppo di creaturine chiamate lemmings. La versione originale uscì per Amiga nel 1991.

8)      Kick Off 2 (Atari)

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La grande sfida tra Amiga e Atari si giocava anche sul campo dei videogiochi di calcio. Per Atari il top era Kick Off 2, con la sua visuale dall’alto unita a gran dinamismo, energia, e precisione nei movimenti.

7)      Sensible World of Soccer (Amiga)

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Il risultato più alto raggiunto da Amiga nel campo dei videogiochi calcistici fu invece Sensible World of Soccer. Un gioco rivoluzionario con un gran database di squadre, che includeva anche la modalità allenatore/manager.

6)      Civilization (Atari)

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Uscito nel 1991 sia per Atari ST che per Amiga, Civilization ha rivoluzionato il mondo dei videogiochi di strategia. Lo scopo del gioco? Costruire dal nulla un impero che potesse crescere e prosperare nell’arco di diversi millenni.

5)      Worms (Amiga)

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Non tutti sanno che il mitico gioco Worms fu creato originariamente solo per Amiga. Un classico senza tempo in cui due squadre di vermiciattoli si sfidano a colpi di artiglieria pesante.

4)      Another World (Atari)

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La trama a tema fantascientifico, la grafica vettoriale curatissima, le sequenze animate con effetti “da cinema”: tanti sono i motivi per amare questo classico del 1991, uscito per entrambe le consolle e decisamente “avanti” per il suo tempo.

3)      Shadow of the Beast (Amiga)

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Punta di diamante della scuderia di videogiochi Amiga, Shadow of the Beast si ricorda soprattutto per la sua grafica che comprendeva fino a 12 livelli di parallasse. Un gioco a tema fantasy di grande successo, con un’iconica colonna sonora.

2)      Dungeon Master (Atari)

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La palma di miglior gioco per l’Atari ST non poteva che andare a questo classico anni 80. Dungeon Master è stato campione di vendite e ha avuto il merito di introdurre i videogiochi di ruolo al grande pubblico.

1)      Defender of the Crown (Amiga)

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Questo gioco di strategia ambientato nell’Inghilterra medievale è stato un altro cavallo di battaglia dell’Amiga. Merito di una grafica elegante e di una serie di rimandi cinematografici che diventeranno lo standard negli anni a venire.

Quale tra queste due leggendarie consolle vi faceva giocare per ore nella vostra cameretta? Qualunque sia la vostra sponda, questi classici videogiochi e le consolle targate Amiga e Atari trovano molto spazio su Kijiji. Chissà che non possiate ritrovare il preferito della vostra infanzia!

Johnny Cash Biografia

Johnny Cash: biografia, canzoni e film in un’infografica

La biografia di Johnny Cash in 15 tappe!

Out Among the Stars è il nuovo album di Johnny Cash in uscita il 25 Marzo 2014. Ben Dodici tracce inedite registrate a Nashville nel 1981. Un album vero e proprio, non demo o rivisitazioni, che vede la luce grazie al figlio di Cash e June Carter, John Carter Cash: “Quando I miei genitori morirono, fu necessario verificare tutto il materiale lasciato e trovammo queste registrazioni prodotte da Billy Sherril nei primi anni ‘80…erano bellissime”.

Per questa occasione Kijiji ha riassunto la vita travagliata del Man in Black in un’infografica a tema, 20 tappe per scoprire la biografia di Johnny Cash.

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Charles Schulz e la filosofia dei Peanuts

peanuts 1 

‘Peanuts’ letteralmente – noccioline – é il titolo con cui venne pubblicata la prima striscia di uno tra i piú famosi fumetti dell’ultimo millennio.

Solo 4 vignette giornaliere ‘salvaspazio’ e alcune testate giornalistiche del calibro del Washington Post fecero sì che dal 2 Ottobre 1950 al 13 febbraio 2000 il sogno d’infanzia del talentuoso disegnatore Charles Monroe Schulz divenisse realtà.

Schultz riuscì nell’impresa di creare un fumetto che potesse piacere a grandi pubblici, allietando gli animi, ma allo stesso tempo piuttosto abile nel proporre una certa critica sociale sui problemi della vita umana.

charlie brown

Vari canali televisivi, libri e altri strumenti media hanno la fortuna di aver pubblicato per quasi 50 anni uno tra i più riprodotti ed iconici personaggi delle vignette di tutti I tempi: chi non ha infatti letto almeno una volta le storie del mite Charlie Brown e del suo bracchetto Snoopy?

Familiarizzare quantomeno visivamente con i personaggi dei Peanuts non è un’impresa difficile, considerando anche l’enorme quantità di merchandise che fu prodotta e che non è mai passata mai di moda, dalle magliette ai pupazzi, per finire addirittura con un parco divertimenti dedicato in Pennsylvania!

snoopy parco divertimenti

Ma vi siete mai chiesti qual è il motivo di tanto successo?  Indubbiamente il fatto che si tratti di vignette divertenti, brillanti e capaci di toccare gli animi dei lettori può aver inciso positivamente all’inizio, ma poi come si può giustificare il fatto che queste vignette siano state pubblicate per 50 anni, addirittura oltre la morte di Schultz?

La risposta vien da sé analizzando i personaggi principali: Charlie Brown è un bambino problematico, spesso perdente, molto insicuro di sé e dalla personalità fragile. Sembra inoltre che tutti I suoi amici lo odino, (addirittura il suo cane Snoopy non ha molta stima di lui), tranne che il sempre fedele Linus con il quale intrattiene spesso conversazioni dal significato profondo.

charlie e linus

Il tema principale delle conversazioni sembra essere ricorrente: “La vita è dura e si perde più di quanto non si vinca”. Un messaggio di per sé deprimente, se non fosse poi accompagnato da una certa speranza e ricerca delle emozioni che rendono la vita pur sempre degna di essere vissuta.

Temi sempre attuali e in grado di far riflettere sono stati senza dubbio gli ingredienti principali della continuità nel successo dei Peanuts.

Snoopy, il poliedrico bracchetto, svolgeva un ruolo chiave in questo contesto: la sua malizia ed il tono leggero resero il concetto piacevole allo sguardo dei lettori. La sua funzione era, infatti, quella di intrattenere rendendo la pillola meno amara.

Ma Charlie Brown e Snoopy non erano gli unici personaggi di questa fortunata serie.

Indimenticabile era Linus Van Pelt: il saggio, anche se a tratti ingenuo, migliore amico di Charlie Brown e fratello minore della scorbutica Lucy Van Pelt. Famoso più che altro per la sua copertina, simbolo di protezione dalle insicurezze che lo affliggono.

linus

 La sorella Lucy aveva la risposta sempre pronta, non perdeva occasione per rimarcare la sua poca affabilità agli altri personaggi del fumetto con le sue battute dal piglio minaccioso.

lucy van pelt

Pig Pen era dentificato principalmente dalla nuvola di sporco che lo seguiva nel suo cammino, la sua era una comparsata regolare ed umoristica alle spalle dei personaggi principali.

pig pen 

Woodstock era Il migliore amico di Snoopy, l’unico che riusciva realmente a capire il suo linguaggio ed anche il suo braccio destro. Il suo nome fu ispirato dall’omonimo festival della musica di New York del 1969, ed era uno tra i tanti uccelli che si posavano per riposarsi dalle fatiche della migrazione sulla cuccia di Snoopy. Di Snoopy apprezza soprattutto l’abbraccio, e non perde occasione di cadere tra le sue braccia.

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Cinquant’anni dopo la pubblicazione della prima vignetta nella quale hanno preso vita Snoopy e gli altri personaggi del celebre fumetto, i Peanuts sono meritatamente ancora un simbolo pop. A Milano sono recentemente colorati i quadri elettrici dall’artista Pao: ecco il fantastico risultato!

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eiffel 65 musica anni 90

La musica dance anni 90: i 15 migliori brani

eiffel 65 musica anni 90

Negli anni 90 molti di noi erano giovani o adolescenti, e la musica che ascoltavamo e che ci emozionava in quegli anni è un ricordo che porteremo sempre nel cuore. E a farci volare con l’entusiasmo in discoteca o alle feste tra amici era spesso la mitica musica dance anni 90.

Questo decennio, oltre ad aver visto l’emergere del fenomeno delle boy band, e la presenza di tanti grandi artisti pop, rock, e hip-hop, è stato un periodo d’oro per la musica elettronica. La musica dance anni 90 dominava i dancefloor di tutto il mondo, con quel suo sound inconfondibile, e quel suo spirito libero ed euforico emblema di un millennio e di una giovinezza che non volevano finire.

Se anche a voi, come a noi, scatta un sorriso quando oggi sentite questa musica alla radio o in discoteca, scoprite con noi quali sono stati i 15 migliori brani dance anni 90.

15)   Snap! – Rhythm is a dancer (1992)

Questo singolo del duo italo-tedesco Snap! infiammò le piste da ballo nel 1992, e in quell’anno fu anche il più venduto in Italia. Comparve anche nella colonna sonora del film Anni 90 con Boldi e De Sica.

14)   2 Unlimited – No limit (1993)

Un singolone in puro stile eurodance sfornato dagli olandesi 2 Unlimited, che mischiava sapientemente techno, rap, e melodie pop. Da noi arrivarono anche in occasione del Festivalbar 1993 e 1994, dove riscossero enorme successo.

13)   Robert Miles – Children (1995)

Lo svizzero italiano Roberto Concina, alias Robert Miles, è ricordato soprattutto per questo splendido brano trance caratterizzato dal pianoforte, che scalò le classifiche nell’estate 1996. Children vinse diversi dischi d’oro e di platino, e fu usato anche come sigla di Festivalbar.

12)   ATB – 9PM (1998)

Presenza fissa in feste, discoteche, e luna park di fine anni 90, 9PM (Till I Come) del DJ tedesco ATB ha raggiunto i piani alti delle classifiche in tutta Europa. Indimenticabile il riff di chitarra della canzone, unita a una classica base trance.

11)   Corona – The rhythm of the night (1993)

Uno dei tanti successi internazionali della dance anni 90 a provenire dall’Italia, la hit di Corona conquistò i dancefloor di tutto il mondo, e fu il singolo più venduto nel nostro paese nel 1994. Merito, oltre che dell’indimenticabile ritornello, della presenza nel gruppo della modella Olga de Souza.

10)   Alice DeeJay – Better off alone (1999)

Se il gruppo olandese Alice DeeJay ebbe vita breve, il loro singolo di punta Better Off Alone è rimasto negli anni un tormentone ed è ancora oggi un ottimo esempio di eurotrance di fine anni 90. Il singolo raggiunse il secondo posto in classifica nel Regno Unito.

9)      Mo-Do – Eins Zwei Polizei (1994)

Nonostante per i giovani degli anni 90 fosse un emblema di germanità, l’autore di Eins Zwei Polizei era in realtà il friulano Fabio Frittelli, in arte Mo-Do. Una hit indimenticabile dal sapore techno-teutonico, con il testo ripreso da una filastrocca per bambini.

8)      Aqua – Barbie girl (1997)

Gli scandinavi Aqua sono stati uno dei gruppi pop/dance più rappresentativi del decennio, e la loro hit Barbie Girl raggiunse la prima posizione in 14 paesi del mondo. Merito del loro stile cartoonesco, e del loro pop di plastica che non poteva che mettere di buonumore.

7)      The Prodigy – No good (1994)

Rappresentanti della parte più oscura della dance anni 90, quella della breakbeat e dei rave party, i britannici Prodigy erano tra i nomi più autorevoli dell’elettronica del periodo. Tra i loro singoli di stampo più commerciale c’è No Good (Start the Dance), tiratissima ma con qualche concessione alla melodia.

6)      Twenty 4 Seven – I can’t stand it (1990)

Un trionfo di euforia e colori questo singolo degli olandesi Twenty 4 Seven, che univa il rap alla dance nel più classico stile anni 90. Da noi la canzone fu usata nella colonna sonora di Vacanze di Natale ’90.

5)      Daft Punk – Around the world (1997)

http://www.youtube.com/watch?v=s9MszVE7aR4

Il duo francese dei Daft Punk ha dominato la scena dance internazionale degli ultimi 15 anni. Fu negli anni 90 che approdarono al successo, con l’album Homework da cui è tratta la hit Around The World, con video diretto da Michel Gondry.

4)      Ice MC – Think about the way (1994)

Una vera bomba questo brano del rapper/DJ Ice MC, prodotto in collaborazione con l’italiana Alexia. Il brano, oltre al successo di vendite, si ricorda perché compare nella colonna sonora del film Trainspotting.

3)      Eiffel 65 – Blue (1999)

Un altro tormentone dance tutto italiano che scalò la vetta delle classifiche nel mondo, raggiungendo la prima posizione in 17 paesi. Grazie a Blue, i piemontesi Eiffel 65 acquisirono un successo internazionale che prosegue ancora oggi con concerti e partecipazioni a colonne sonore.

2)      Gigi D’Agostino – L’amour toujours (1999)

Il principe della dance anni 90 italiana è stato senza dubbio il torinese Gigi D’Agostino. Fu lui che portò alla ribalta l’italo dance nelle discoteche di tutto il mondo, con tanti singoli dal successo internazionale e con l’invenzione di uno stile unico, il “lento violento”.

1)      Scatman John – Scatman (1994)

La prima posizione della classifica non poteva che andare all’americano Scatman John, pianista jazz prestato alla dance, dalla storia personale travagliata e incredibile. Questa famosissima hit voleva lanciare un messaggio positivo, incoraggiando a superare le proprie difficoltà anche attraverso la musica dance.

 

Quanta nostalgia nel riascoltare queste canzoni! Se anche voi volete rivivere le emozioni della mitica dance anni 90, non vi resta che cercare i singoli e album di maggiore successo nella sezione Musica di Kijiji!

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La schedina del Totocalcio: storia di un sogno italiano in 5 tappe

totocalcio

“Ho fatto tredici!”: quando è stata l’ultima volta che avete sentito qualcuno pronunciare questa frase? Ne è passato di tempo da quando la mitica schedina del Totocalcio rappresentava il sogno di una vita migliore per milioni di italiani.

Per decenni, nei bar e nelle ricevitorie di tutta Italia il sabato pomeriggio si consumava sempre lo stesso rituale: quello di giocare la schedina. Quando ancora non c’erano anticipi e posticipi, e le partite si giocavano tutte rigorosamente la domenica, il sabato era di diritto il giorno da dedicare al Totocalcio.

Tredici partite di calcio divise tra serie A, B, e C, tre risultati possibili: 1, X, 2, ovvero vittoria della squadra di casa, pareggio, o vittoria della squadra in trasferta. Chi azzeccava i risultati dell’intera colonna “faceva tredici”, cioè vinceva una quota del montepremi totale, che veniva diviso in parti uguali tra tutti i vincitori.

Per più di 40 anni, questo è stato il sogno e la massima ispirazione degli italiani. Vincere voleva dire incassare milioni, se non addirittura miliardi, di vecchie lire: abbastanza per rifarsi una vita, comprare casa, ripianare i debiti, o pagarsi una vacanza in capo al mondo.

Se negli anni 50 la schedina rappresentava un po’ il simbolo della rinascita economica dell’Italia, in seguito diventò espressione della passione nostrana per il calcio: i bambini giocavano con le figurine, gli adulti tentavano la sorte con la giusta combinazione di 1, X e 2.

Ripercorriamo quindi la storia di questo fenomeno tutto italiano, con le 5 tappe fondamentali della storia del Totocalcio.

1)      La nascita di un mito

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Ideatore della schedina fu il giornalista sportivo triestino Massimo Della Pergola, epurato nel 1938 dalla Gazzetta dello Sport in quanto ebreo. Durante la guerra, Della Pergola venne internato in un campo di lavoro in Svizzera, dove sviluppò l’idea di un passatempo popolare che avrebbe finanziato la rinascita dello sport italiano. Fu così che nel 1946 fondò la SISAL con i colleghi Jegher e Molo: le schedine ebbero un rapido successo, e nel giro di due anni il Totocalcio fu nazionalizzato per decreto. A Della Pergola rimase solo la gestione del Totip: una sconfitta dal punto di vista economico, ma la dimostrazione che la sua intuizione si era rivelata vincente.

2)      La prima schedina

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La prima schedina del Totocalcio fece la sua comparsa ufficiale nei bar di tutta Italia il 5 maggio del 1946. All’inizio per vincere si doveva fare 12 (il 13 fu introdotto successivamente), e fa sorridere oggi vedere in calendario partite di squadre come la Sampierdarenese, la Pro Livorno, o la Sestrese. Il primo vincitore fu il signor Emilio Biasotti, impiegato milanese originario di Roma, che portò a casa la cifra di 496.826 lire, non altissima ma comunque di tutto rispetto per l’epoca. Le prime schedine non ebbero grande fortuna, tanto che quelle invendute venivano usate dai barbieri per pulire i rasoi: pian piano però qualcosa si stava iniziando a muovere.

3)      Vincite milionarie

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È negli anni 50 che il Totocalcio si afferma definitivamente come passione nazional-popolare. Con le partite della schedina ormai diventate 13, le vincite dei “milionari della domenica” iniziarono ad occupare le cronache mondane. Celebre il caso di Pietro Aleotti, che nel 1947 non si accorse della vincita e fu rintracciato perché aveva scritto nome e indirizzo sul retro della schedina. Ma dopo i primi entusiasmi i vincitori sempre più spesso scelsero l’anonimato, per paura di essere “braccati” dal fisco. È del 1977 invece la prima vincita miliardaria, 1 miliardo e 185mila lire vinti da un impiegato, che provò a reinventarsi imprenditore con poca fortuna.

4)      Gli ultimi anni

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Negli esuberanti anni 90 si registrarono i record di sempre nelle vincite del Totocalcio: risalgono al 1993 la singola vincita più alta di sempre, 5 miliardi e mezzo di lire, e il più alto montepremi totale, 34 miliardi. Fu questo l’apice del successo del Totocalcio: col nuovo millennio iniziò invece il suo declino, per colpa del fiorire di sale scommesse, ricevitorie online, e nuove lotterie di ogni tipo. Dopo la “domenica nera” del 2003, con i risultati decisi a tavolino e 55mila “tredici” per 2 euro a testa di vincita, niente è stato più lo stesso. Oggi il Totocalcio esiste ancora, e la sua formula è stata pesantemente reinventata: ma si tratta purtroppo di un animale in via di estinzione che va lentamente scomparendo.

5)      Il Totocalcio fenomeno di costume

L’influenza esercitata dal Totocalcio sulla cultura e sulla società italiana è fortissima e innegabile. Da espressioni come “quello ha fatto tredici”, o “ha vinto al Totocalcio”, ormai entrate nel vocabolario per indicare un colpo di fortuna, fino alle apparizioni in TV e al cinema, il Totocalcio è stato un vero fenomeno di costume. Lo hanno immortalato sul grande schermo commedie all’italiana come “Al bar dello sport”, da cui è tratto il video sopra, “Ho fatto tredici” con Carlo Croccolo, ed “Eccezziunale… veramente” con Diego Abatantuono. Tutte testimonianze di un’epoca d’oro della storia d’Italia, quando sognare un futuro migliore era lecito, e per farlo bastava un pezzetto di carta.

 

Non dimentichiamo comunque che le schedine d’epoca oggi sono molto ambite dai collezionisti del settore. Se hai ancora qualcuno di questi cimeli a casa, puoi metterli in vendita su Kijiji, o cercare tra quelli già presenti nel nostro portale!

 

furgone volkswagen

I furgoncini Volkswagen T1 e T2: 7 motivi per cui hanno fatto la storia

furgone volkswagen transporter t1

È raro che un modello di furgone acquisti una fama che vada oltre il semplice uso pratico. E forse soltanto un tipo di furgoncino nella storia è riuscito ad acquisire lo status di leggenda nel mondo delle 4 ruote.

Stiamo parlando ovviamente del mitico furgoncino Volkswagen T2, un veicolo che di strada ne ha fatta tantissima. Il Bulli nei suoi oltre 60 anni di storia ha conquistato i cuori di milioni di persone nel mondo, diventando un vero e proprio oggetto di culto e di stile.

A consacrare la fama del furgoncino Volkswagen T2 sono stati naturalmente i giovani hippie degli anni 60, che lo elevarono a simbolo del loro spirito libero e anticonformista. Ma dalla Germania al Sudamerica il Bulli negli anni si è guadagnato la fama di veicolo pratico, comodo, popolare, e adatto agli usi più diversi.

Con queste premesse, non stupisce quindi sapere che il Volkswagen T2 con 10 milioni di esemplari è stato il furgoncino più venduto nel mondo.

La storia pluridecennale del Bulli è affascinante e ricca di avventure, e oggi i classici modelli degli anni 60 sono ambitissimi dagli appassionati. Noi abbiamo individuato, nel corso della lunga storia del furgoncino Volkswagen, 7 motivi per cui lo si può considerare a tutti gli effetti una vera leggenda.

1)      È nato da un’idea degli operai della Volkswagen

primo furgone volkswagen

Sembra incredibile, e invece furono proprio gli operai dello storico stabilimento Volkswagen di Wolfsburg gli ispiratori inconsapevoli del furgoncino. Nel 1946 la fabbrica riprese a pieno ritmo la produzione di automobili: per trasportare le merci al suo interno gli operai avevano assemblato un autocarro utilizzando il pianale di un Maggiolino, con una panca per il guidatore. Fu l’importatore olandese Ben Pon a notarlo, e ad usarlo come ispirazione per il design di un furgoncino robusto, affidabile, e di dimensioni contenute: quello che divenne poi il Bulli.

2)      Era strettamente imparentato al Maggiolino

furgone volkswagen

Uno dei segreti del successo del Bulli fu che riprendeva tanti elementi dal Maggiolino, un altro veicolo cult della Volkswagen. Oltre al telaio, dotato di uno scocca autoportante per garantire robustezza, il furgoncino riprendeva la filosofia del “tutto dietro”, con motore nel retro e trazione posteriore. Anche il motore era lo stesso: un 4 cilindri boxer raffreddato ad aria da 25 CV, che poteva sfiorare una velocità di 100 km/h. La seconda serie, introdotta a partire dal 1967, potenziò il motore portandolo a 48 CV, oltre a modificare il design con l’abbandono del caratteristico parabrezza “spaccato”.

3)      È entrato nella leggenda grazie a un mitico viaggio in India

furgone india

Non è un segreto che il furgoncino Volkswagen T2 fosse un simbolo del movimento hippie negli anni 60 e 70. A quei tempi non era raro vedere sfrecciare per le strade furgoncini dipinti in colori psichedelici, decorati con fiori e simboli della pace. Sembra che a ispirare questa moda sia stata la giornalista tedesca Romy Schurhammer, che nel 1959 si avventurò in India a bordo di un Bulli. L’impresa affascinò i giovani figli dei fiori, che seguirono le sue orme in viaggi chiamati “hippie trails”, e lo adottarono a simbolo della loro voglia di libertà.

4)      Ha avuto gli usi più disparati

furgoncino volkswagen 3

Grande merito del furgoncino Volkswagen è stato quello di aiutare la ricostruzione della Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale, diffondendosi tra i piccoli commercianti in maniera analoga all’Ape Piaggio in Italia. Ma del furgoncino sono state prodotte tante diverse versioni, destinate ad usi di ogni tipo: se i modelli più famosi sono il T1 e il T2 (la prima e la seconda serie, secondo una classificazione fatta a posteriori), altri come il Samba o il Westfalia, destinati al camping e al turismo, hanno avuto comunque grande seguito. Ma per la loro affidabilità i Bulli sono stati usati anche come ambulanze, furgoni di polizia, e addirittura nelle miniere di sale sotterranee.

5)      Ha avuto una lunga lista di soprannomi

furgone volkswagen 2

Il nome ufficiale del furgoncino Volkswagen è Type2 (abbreviato in T2), per distinguerlo dal Type1 che non era altro che il Maggiolino. Ma nel corso degli anni e in giro per il mondo ha avuto un numero imprecisato di soprannomi: il più famoso è senza dubbio Bulli, dall’unione dei termini tedeschi Bus e Lieferwagen (bus e autocarro per consegna merci). Un altro fortunato nomignolo è stato Kombi (diminutivo di Kombinationskraftwagen, “veicolo per uso combinato”), mentre in alcuni paesi era chiamato “pagnotta” a causa della sua forma. Ma la lista è ancora molto lunga

6)      L’abbiamo visto nei nostri film e cartoni preferiti

furgone volkswagen scooby doo

Un veicolo talmente iconico non poteva che trovare posto in tante occasioni al cinema come in televisione, dagli anni 60 ai nostri giorni. Tra i furgoncini più famosi non possiamo non citare la Mystery Machine del cartone Scooby Doo, un Bulli dallo stile hippie su cui i protagonisti si lanciano nelle loro bizzarre avventure. Al cinema abbiamo visto il furgoncino Volkswagen nel film Little Miss Sunshine, così come in Ritorno al Futuro come mezzo dei terroristi libici. In tempi recenti un Bulli d’annata si è visto poi nel telefilm Lost, ripescato all’interno dell’isola.

7)      È rimasto in produzione per oltre 60 anni

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La storia del furgoncino Volkswagen è durata più di 60 anni, e si è conclusa solo di recente. Il primo modello vide la luce in Germania nel 1949, e fu prodotto in Europa fino al 1979. Negli anni 70 la produzione si spostò gradualmente in Brasile e Messico, dove il Bulli rimase popolare ancora per molti anni. È del 31 dicembre 2013 la fine ufficiale della produzione di Volkswagen T2 nella filiale brasiliana, a causa di nuove leggi sulla sicurezza stradale. Gli ultimi esemplari prodotti sono stati i Volkswagen Last Edition, unicamente per il mercato brasiliano al prezzo di 27.000 euro l’uno.

Il furgoncino Volkswagen è uno di quei veicoli che sono sopravvissuti al tempo e alle mode, ritagliandosi un posto da protagonisti nella storia dei motori. Se vi sentite un po’ hippie, o se volete semplicemente rivivere la magia di quegli anni, date uno sguardo ai Bulli presenti in vendita su Kijiji, in ottimo stato e a prezzi abbordabili!