Archivio mensile:agosto 2013

The Italian job: le migliori macchine inglesi in un classico del cinema

“E ricordate, in questo paese si guida dalla parte sbagliata della strada”. Così si potrebbe riassumere in una battuta l’essenza del film “The Italian job”, il grande classico britannico del 1969 distribuito in Italia con il titolo “Un colpo all’italiana”. La battuta è pronunciata dal protagonista Michael Caine, nel ruolo dell’esperto rapinatore Charlie Croker, durante il discorso finale alla banda che lo aiuterà a mettere a segno il suo grande colpo “all’italiana”.

Questa frase condensa in sé lo spirito del film: l’incontro-scontro tra due diverse culture automobilistiche, quella italiana e quella britannica, in cui quest’ultima vuole dimostrare inequivocabilmente di essere la migliore.

“The Italian job” racconta la storia di una squadra di rapinatori inglesi, guidati da Croker e finanziati dal boss della mala Mr. Bridger, che tentano di rapinare un furgone portavalori pieno d’oro diretto alla Fiat. La rapina si svolgerà nel centro di Torino, e prevederà uno spettacolare inseguimento per le strade della città, con i malviventi alla guida di tre Mini Cooper.

L’atmosfera allegra e spensierata del film riflette in pieno quella che era l’epoca della “Swingin’ London” nel Regno Unito, in cui belle macchine, stile e divertimento la facevano da padrone nella capitale britannica.

Ma più che per la trama e per la sua spensieratezza, “The Italian job” è rimasto nella leggenda per il gran numero di auto leggendarie presenti dall’inizio alla fine. Il film è una vetrina delle migliori macchine inglesi di quegli anni, anche se allo stesso tempo vi compaiono alcune mitiche vetture italiane.

Protagoniste indiscusse del film sono le tre Mini Cooper S con cui viene compiuta la rapina. Nel film l’oro rubato viene caricato sulle tre vetture, che inseguite dalla polizia si lanciano in uno spettacolare inseguimento per le vie di Torino, attraversando tutti i luoghi più iconici della città. Alla fine, caricate sul furgone che deve portare i rapinatori in salvo, vengono svuotate dei lingotti d’oro e buttate giù dai precipizi in una strada che attraversa le Alpi.

credits: Gregory Moine

credits: Gregory Moine

 

Non è un caso che proprio le Mini Cooper siano state scelte come vetture principali del film. Le Mini all’epoca erano le utilitarie più popolari in Gran Bretagna, un simbolo della nazione alla pari delle Volkswagen in Germania e delle Fiat 500 in Italia: infatti le tre vetture erano colorate rispettivamente di rosso, bianco e blu, i colori della bandiera britannica.

Nonostante questo la BMC, che produceva le Mini all’epoca, non dette a disposizione nessuna vettura per le riprese del film, e la troupe dovette comprarle di tasca propria. La Fiat invece, fiutando il potenziale pubblicitario del film, mise a disposizione le sue auto in quantità illimitata, e addirittura offrì $50.000 se avessero sostituito le Mini con delle 500. Il film però era pensato per simboleggiare la superiorità della Gran Bretagna sul resto d’Europa, e si decise quindi di rifiutare l’offerta.

Le Mini Cooper S erano state lanciate nel 1963 come una versione da corsa delle Mini classiche, e infatti prima dell’uscita del film avevano vinto già tre Rally di Montecarlo. I modelli presenti nel film sono delle Mk1 Austin, dalle caratteristiche mascherine “a baffo”. Questo modello, così come tanti altri modelli di Mini, si può trovare anche in vendita su Kijiji.

Una splendida macchina sportiva italiana è presente invece nella prima sequenza del film. Mentre scorrono i titoli di testa una Lamborghini Miura rossa sfreccia per le strade strette e piene di curve delle Alpi, solo per schiantarsi dopo pochi minuti contro un bulldozer manovrato dai mafiosi, i nemici della gang britannica nel film.

La Miura venne scelta perché all’epoca era la macchina da strada più veloce in produzione. Questo gioiello poteva vantare un motore V12 posteriore da 4 litri, e poteva superare i 270 km/h di velocità massima. Questa macchina, da molti considerata ancora oggi una delle più belle supercar di tutti i tempi, purtroppo compare brevemente nel film, e agli appassionati di automobili farà male vederla accartocciata e gettata da un dirupo a soli pochi minuti dall’inizio.


credits: NAParish

Due altre mitiche sport car inglesi che compaiono nel film sono la Aston Martin DB4 e la Jaguar E-Type. La Aston Martin DB4 è la macchina del protagonista Charlie Croker, un modello convertibile dal design particolare, riconoscibile dai fari rialzati. Curiosità: Michael Caine nella realtà non sapeva guidare, ed infatti nelle scene in cui compare questa macchina, non è mai visibile chiaramente il guidatore.

credits: Phil Guest

Due componenti della banda invece guidano delle Jaguar E-Type. Non poteva mancare nel film una delle migliori auto sportive inglesi di sempre, dal design iconico e dalle altissime prestazioni. Purtroppo anche le due Jaguar visibili nel film, una rossa coupé e una blu convertibile, vanno incontro ad una brutta fine: vengono infatti distrutte dal bulldozer della mafia e buttate giù da un burrone insieme alla Aston Martin del capobanda.

credits: Peter Trimming

“The Italian job” ebbe un enorme successo nel Regno Unito all’epoca della uscita, mente non sfondò né in Italia né negli Stati Uniti. Nel 2003 ne è stato girato un remake, con Mark Whalberg, Edward Norton e Charlize Theron tra gli interpreti. La trama è sostanzialmente diversa, ma il remake riprende dall’originale l’idea della rapina con inseguimento a bordo di tre Mini Cooper.

In questo caso però le Mini utilizzate sono tre esemplari del recente modello prodotto dalla BMW, dallo stile ispirato alle Cooper degli anni ’60. Anche la nuova linea di Mini comunque si può trovare tra le auto in vendita su Kijiji, così come tanti esemplari di Jaguar, Aston Martin e Lamborghini d’epoca.

Harley-Davidson: il simbolo dell’America on the road compie 110 anni

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Libertà, aggressività, anticonformismo, spirito ribelle made in USA: se esiste una motocicletta che ha incarnato in pieno tutti questi ideali, questa è sicuramente l’Harley-Davidson.

Le due ruote prodotte dalla casa di Milwaukee hanno segnato la storia e la cultura dell’America e non solo, nel bene e nel male, e sono diventate un simbolo del sogno americano. Non è un caso quindi che il 110° anniversario della loro nascita, che si celebra proprio in questi giorni, sia vissuto come un momento epocale dalle migliaia di appassionati sparsi nel mondo.

In Italia le celebrazioni sono iniziate a giugno, con un enorme raduno di tre giorni che ha visto sfilare per le strade di Roma un’impressionante parata di 3000 Harley-Davidson, che dal Lido di Ostia hanno sfilato fino al Foro Italico nel centro della capitale. Le bicilindriche accorse da tutto il mondo per la grande festa sono state più di 40.000, e nel corso della manifestazione i centauri hanno incontrato anche Papa Francesco.

Le celebrazioni per l’anniversario toccheranno però il culmine questo weekend con la festa presso la sede dell’azienda a Milwaukee, nel Wisconsin. Il mega raduno avrà luogo dal 29 al 31 agosto, e sarà teatro di una celebrazione imponente, con motociclisti venuti da tutto il mondo e concerti di leggende della cultura biker come Lynyrd Skynyrd, ZZ Top e Kid Rock.

Le origini della leggenda risalgono infatti alla città del Wisconsin, dove nel 1903 i due giovani amici William S. Harley e Arthur Davidson iniziarono a progettare un nuovo modello di motocicletta a pedali. Il primo prototipo fu però un disastro: non era in grado nemmeno di andare avanti in salita senza l’uso dei pedali.

I due amici allora, con l’aiuto dei fratelli di Arthur, William e Walter, improvvisarono un laboratorio nel capanno degli attrezzi della famiglia Davidson, e lì dentro assemblarono quella che diventò poi la prima “vera” Harley-Davidson.  Il prototipo con un motore da 405cc corse anche una gara motociclistica nel 1904, piazzandosi quarto.

Negli anni seguenti, il successo delle Harley-Davidson aumentò in maniera esponenziale fino al 1920, in cui questa casa divenne il più grande produttore di motociclette nel mondo. L’azienda riuscì a passare indenne anche momenti critici come la Grande Depressione negli anni ’30 e le due Guerre Mondiali: questo soprattutto grazie alla produzione di motociclette per l’esercito americano.

Un altro motivo di successo della casa di Milwaukee fu la fornitura di motociclette per le polizie locali di tutti gli Stati Uniti: una pratica iniziata già nel 1907 e che va avanti tuttora.

Ma le Harley-Davidson non sono state certo un simbolo soltanto dei tutori della legge. Dagli anni ’50 infatti iniziarono a comparire negli Stati Uniti le famigerate bande di bikers: gruppi di motociclisti vestiti in pelle, dall’aspetto minaccioso, che in sella alle Harvey terrorizzavano l’America con scorribande criminali e uno stile di vita sregolato.

Tra le gang dell’epoca la più famigerata erano senza dubbio gli Hells Angels, resi famosi da un libro di Hunter S. Thompson che ne racconta le gesta. Gli Angels avevano una reputazione controversa: se da un lato erano considerati dal governo un’organizzazione criminale da combattere (e lo sono tuttora), dall’altro erano molto legati alla cultura hippie degli anni ’60. Grandi personalità come Allen Ginsberg, George Harrison e Jerry Garcia ne erano amici e ne condividevano lo spirito di libertà e di ribellione alle autorità.

I bikers in quegli anni ispirarono anche una grande quantità di film che ne raccontavano le gesta, tanto da far nascere un genere cinematografico noto come “outlaw biker movie”. Il capostipite di questi film, che dipingevano i motociclisti come criminali, era “Il Selvaggio” con Marlon Brando.

Ma il film che più ha impresso il mito delle Harley-Davidson nella cultura popolare è stato senza dubbio “Easy Rider”, il cult del 1969 in cui Peter Fonda e Dennis Hopper attraversano l’America a bordo di due chopper customizzati a partire da due Harley Hydra-Glide. Il film mostra i legami tra la cultura biker e quella hippie, dipingendo i motociclisti come due ribelli, emarginati dalla società ma disposti a tutto pur di vivere il sogno americano.

 

 

“Easy Rider” fu l’apice della popolarità per le Harley-Davidson. Oggi l’attività della casa del Wisconsin prosegue a gonfie vele, ma il pubblico a cui si rivolge è senza dubbio cambiato rispetto a quello dei tempi d’oro.

Se nel 1987 la metà dei possessori di Harley-Davidson aveva meno di 35 anni, oggi l’età media è di 46,7 anni. Anche il reddito medio dei motociclisti è aumentato di molto, suggerendo che le Harley-Davidson non sono più un simbolo della controcultura giovanile ma piuttosto un gioiello per appassionati e intenditori.

La casa di Milwaukee comunque va dritta per la sua strada, continuando a produrre moto dal design volutamente retrò per soddisfare le sue migliaia di seguaci nel mondo. Se le linee classiche Touring, Softail e Sportster tengono in vita la tradizione delle Harley-Davidson storiche, le linee Dyna e VRSC offrono versioni più moderne, sviluppate negli ultimi 20 anni.

Infine, un’ultima curiosità: persino il presidente russo Vladimir Putin è un fan sfegatato dell’americanissima Harley-Davidson

E voi, volete rivivere il sogno americano in sella a una Harley-Davidson? Per farlo, cercate tra gli oltre 1.000 modelli in vendita su Kijiji.

Vacanze Romane: il mito di Audrey Hepburn nasce in sella a una Vespa

 

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Chi non riconosce quest’immagine? L’iconica foto di Audrey Hepburn e Gregory Peck in sella a una Vespa per le strade di Roma è forse una delle più note nella storia del cinema, da entrambe le sponde dell’Atlantico.

Era il 1953, esattamente 60 anni fa, quando “Vacanze romane” usciva per la prima volta nelle sale a New York. Il successo fu enorme, tanto che ancora oggi il film è considerato una delle migliori commedie romantiche di tutti i tempi.

Le conseguenze più importanti che il film provocò sulla cultura dell’epoca furono due: lanciare la straordinaria carriera da diva del cinema di Audrey Hepburn, e far conoscere in tutto il mondo le italianissime Vespe.

Se la star designata all’inizio della produzione del film era infatti il protagonista maschile Gregory Peck, furono infatti proprio la Hepburn, all’epoca semisconosciuta, e lo scooter della Piaggio a godere maggiormente del successo del film.

Quando fu scelta per interpretare la principessa Ann in “Vacanze romane”, Audrey Hepburn era una giovane attrice di 24 anni di origine belga, che fino ad allora aveva avuto solo qualche ruolo minore al cinema e a teatro in Inghilterra.

Il regista William Wyler, dopo aver provato a scritturare inutilmente le dive Elizabeth Taylor e Jean Simmons per la parte, decise di puntare su un’attrice sconosciuta da affiancare a Gregory Peck. Si racconta che la Hepburn ottenne la parte grazie a un leggendario provino, in cui la telecamera rimase accesa senza che l’attrice se ne accorgesse: Wyler rimase incantato dal candore e dalla spontaneità della diva, e decise così di scritturarla.

Durante le riprese, Gregory Peck si accorse del grande talento della Hepburn, e spinse quindi perché l’attrice fosse accreditata come protagonista alla pari con lui. L’attore ci vide bene, e infatti la Hepburn ottenne un Oscar come Miglior Attrice Protagonista per la sua interpretazione della principessa che si lascia incantare dalle bellezze di Roma.

“Vacanze romane” mostrò al mondo le straordinarie doti di attrice di Audrey Hepburn, la sua eleganza e la sua delicatezza che ne fanno tuttora un’icona. Il film portò la Hepburn nel mondo dei divi del cinema quasi da un giorno all’altro, e le spianò la strada per altri grandi successi come “Sabrina”, “Colazione da Tiffany” e “My fair lady”.

E la Vespa? Certo, se gli scooter della Piaggio sono un simbolo di eleganza, stile e italianità nel mondo lo si deve in gran parte a “Vacanze romane”.

La casa di Pontedera all’epoca era in piena ascesa, e l’utilizzo dello scooter stava diventando una costante in tutte le città d’Italia. Gli autori del film intuirono che niente come la Vespa incarnava quel senso di libertà e spensieratezza che volevano trasmettere, e decisero quindi di farne guidare una al giornalista americano Joe Bradley interpretato da Gregory Peck.

Il successo della Vespa fu dirompente: dai 60.000 esemplari venduti nel 1950, la Piaggio passò a venderne 100.000 dopo l’uscita del film, a distanza di appena tre anni. Presto tanti grandi volti di Hollywood si affrettarono a comprare una Vespa e a farsi fotografare in sella ad essa: da Marlon Brando a Dean Martin, fino a Charlton Heston e John Wayne.

Vespa JohnWayne

 

L’apparizione della Vespa sugli schermi hollywoodiani (per la cronaca: si trattava di una Vespa 125 V33T del 1951), spianò la strada al suo successo planetario. Nei decenni successivi la Vespa iniziò a vendere in grandi quantità nel Regno Unito e negli Stati Uniti prima, in India e nel Sud Est asiatico poi.

Ancora oggi il mitico scooter incarna agli occhi del mondo la dolce vita dell’Italian way of life. L’immagine, un po’ sbiadita e in bianco e nero, dell’Italia del boom economico è all’estero ancora per molti quella prevalente quando si pensa al nostro Paese. Non è un caso quindi che tanti turisti stranieri cerchino ancora oggi di rivivere quell’esperienza: nella capitale abbondano i tour organizzati in stile “Roman holiday”, in cui si possono visitare i luoghi del film a bordo di una Vespa, ovviamente guidata da qualcuno del luogo.

Se invece volete rivivere le gesta romane di Audrey Hepburn e Gregory Peck in modo più vero e personale, perché non consultare la sezione Vespe di Kijiji?

Ape Piaggio: il treruote più amato dagli italiani

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Tra i mezzi a motore fabbricati nel nostro paese ce n’è uno ormai leggendario, che ha venduto milioni di esemplari dal dopoguerra a oggi, e che è diventato quasi involontariamente uno dei simboli del made in Italy nel mondo. No, non stiamo parlando della Vespa o della Lambretta, né tantomeno di auto di lusso come Ferrari o Lamborghini, ma bensì del mitico Ape Piaggio, l’inimitabile treruote a motore.

Un Ape Extraterrestre?

L’Ape Piaggio è un mezzo unico, dalla forma inconfondibile e dalla personalità del tutto particolare. Nato nel 1948 per merito di Enrico Piaggio e del progettista Corradino d’Ascanio, l’Ape entrò immediatamente nei cuori degli italiani.

Si trattava da subito di un mezzo semplice e compatto, economico e dai bassi consumi, che si adattava perfettamente alla fisionomia del territorio italiano: la sua agilità di manovra permetteva di destreggiarsi facilmente tra le stradine degli antichi borghi medievali e delle campagne di tutta la nazione.

Il primo modello prodotto fu l’Ape A, di 125 cc di cilindrata: in parole povere, una Vespa con attaccato dietro un rimorchio. I modelli successivi con motore a 150 cc si confermarono popolarissimi soprattutto tra piccoli commercianti e artigiani, tanto che nel 1958 la Piaggio lanciò lo slogan “Ape, il veicolo che vi aiuta a guadagnare”.

Nel 1961 la Piaggio lanciò poi il Pentarò, il primo modello a cinque ruote. Nel 1969 fu invece il turno dell’Ape 50, il primo modello ad entrare nella categoria dei ciclomotori. L’Ape Car invece debuttò nel 1971, segnando una svolta a livello di design e di potenza del motore, ora di 220 cc.

Infine, nel 2007 fu reintrodotto sul mercato l’Ape Calessino, uno dei primi modelli prodotti originariamente per il trasporto dei turisti nelle località balneari. Il Calessino ricorda nella forma un risciò, ed infatti ebbe grande successo anche in India e nel sud-est asiatico, dove gli è stato affibbiato il soprannome di tuk-tuk.

L’Ape negli anni non ha mai visto il proprio successo venire meno, ed è tuttora enormemente diffuso nel Belpaese. Negli anni il mitico treruote è entrato profondamente nella cultura popolare, ispirando canzoni, film, installazioni artistiche, eventi e vere e proprie imprese. C’è chi ad esempio ha pensato di rendere l’Ape protagonista di un video ispirato alla serie americana Supercar…

Non mancano poi i musicisti italiani che hanno dedicato canzoni al motocarro della Piaggio. Tra questi, vogliamo ricordare i Mercanti Di Liquore, che nel brano “Apecar” rievocano le atmosfere della propria infanzia in campagna:

L’Ape ha anche ispirato un cortometraggio diretto da Daniele Leone, presentato di recente a diversi festival, intitolato “Dreaming Apecar”, che potete trovare per intero sul sito IMDb.com.

Molti sono ancora i veri e propri appassionati del veicolo a tre ruote, che organizzano in tutta Italia raduni, mostre e competizioni di Ape Piaggio elaborati. Tra questi, non manca anche chi tenta imprese estreme, portando i propri Ape Car ai confini del mondo. È il caso di Paolo Brovelli e Giorgio Martino, due milanesi auto-ribattezzatisi “Gli Apenauti”, che nel corso degli anni hanno compiuto diverse spedizioni in giro per il globo, attraversando interi continenti.

La loro impresa più epica rimane sicuramente quella del 1998, in cui attraversarono Europa e Asia a bordo di due Ape TM 703. Partiti da Lisbona il 30 aprile, il duo raggiunse Pechino oltre 5 mesi dopo, dopo aver percorso 25.000 km e aver attraversato 20 paesi diversi.

Chi fosse rimasto affascinato da una simile impresa, e stesse pensando di cimentarsi in una spedizione in Ape Car, può poi fare un pensierino alla Rickshaw Run. Si tratta di una sfida che si svolgerà in diverse date a partire da settembre 2013, in cui i veicoli della Piaggio dovranno percorrere 3.500 km attraverso l’India. La Rickshaw Run è una corsa per veri spiriti avventurosi, destinata a chiunque voglia scoprire fino a che limite sia possibile portare un mezzo come l’Ape Car.

Tutto qui? Certo che no, perché forse non sapete che l’Ape si può usare anche come casa viaggiante. Il designer tedesco Cornelius Comanns infatti ha ideato “Bufalino”, un Ape 50 che al suo interno comprende un letto, una cucina, un armadio e tutto l’occorrente per dormire in viaggio, come un vero e proprio camper in miniatura. Voi lo usereste per andare in vacanza?


Se dopo tutto questo anche a voi è venuta voglia di una corsa a bordo di un’Ape, provate a consultare i tantissimi annunci presenti su Kijiji!

Rombi da oltralpe: le migliori Citroen d’epoca

credits: Pedro Simoes

credits: Pedro Simoes

 

 

Esattamente 51 anni fa, il 22 agosto del 1962, un nucleo armato dell’OAS, l’organizzazione terrorista contraria all’indipendenza dell’Algeria, attentava alla vita del presidente francese Charles De Gaulle. Il presidente si trovava a bordo di una Citroën DS, con cui si stava recando all’aeroporto di Parigi in compagnia della moglie e della scorta.

I banditi gli tesero un agguato lungo il tragitto, scaricando una serie di colpi di mitraglietta verso la vettura presidenziale. L’attentato però non andò a buon fine: diversi proiettili colpirono la carrozzeria dell’automobile e forarono due pneumatici, ma l’autista riuscì a non perdere il controllo del veicolo e a portare in salvo il generale De Gaulle.

Enorme credito per aver scampato l’attentato fu dato in seguito alla vettura su cui viaggiava il presidente, la mitica Citroën DS 19. Il merito fu soprattutto del suo innovativo sistema di sospensioni idropneumatiche, che compensando automaticamente le variazioni dell’assetto permisero all’autista di mantenere il controllo dell’auto e allontanarsi rapidamente. In effetti, in seguito a questo episodio, De Gaulle rimase talmente impressionato dalla qualità delle vetture Citroën da bloccarne qualche anno più tardi l’acquisto da parte di FIAT, favorendo invece un intervento della Peugeot affinché la casa automobilistica restasse in mani francesi.

La Citroën DS era stata presentata al pubblico sette anni prima, al Salone dell’Automobile di Parigi del 1955. Il suo design rivoluzionario, unito a un’enorme serie di innovazioni tecniche, conquistarono immediatamente il pubblico francese, che la elesse a vettura simbolo delle classi medio alte della società dell’epoca. Da molti considerata il capolavoro della casa francese, la “déesse” (ovvero “la Dea” nella sua lingua madre) poteva contare su un design aerodinamico e inconfondibile, e su diverse innovazioni tecniche, tra cui le sospensioni idropneumatiche e un circuito idraulico che prevedeva una trasmissione semiautomatica senza pedale della frizione.

Il primo modello prodotto fu la DS 19, con un motore da 1.9 litri per 75 CV di potenza. La DS 21, prodotta a partire dal 1965, presentava un motore da 2175 cm3 e 109 CV di potenza massima. Altre varianti di grande successo furono le DS Break, giardinette con tre file di sedili, e le DS Cabriolet, modelli oggi molto rari ed estremamente ambiti dai collezionisti.

credits: Alden Jewell

credits: Alden Jewell

Ma la DS 19 altro non era che l’erede di quelle che erano state fino ad allora le vetture di punta della Citroën, le leggendarie Traction Avant. Prodotte a partire dal 1934, anche le Traction Avant avevano costituito un grande passo avanti dal punto di vista tecnico e del design all’epoca del loro lancio sul mercato. La novità principale era costituita dalla trazione anteriore, una soluzione estremamente ardita per l’epoca. Altre innovazioni tecniche di rilievo furono la struttura a scocca portante e le sospensioni a barre di torsione. Il primo modello prodotto fu la 7CV, nelle varianti berlina, coupé e roadster, mentre risale al 1955 l’ultimo modello in produzione, la 11D con motore a 4 cilindri da 1911 cm3 e 65CV di potenza massima.

credits: bernadettejfr

credits: bernadettejfr

Un altro grande successo commerciale della casa transalpina fu senz’altro la Citroën 2CV. Concepita già negli anni ’30 per promuovere la motorizzazione delle aree rurali francesi, la 2CV si proponeva come un’utilitaria piccola, economica e dai bassi consumi, adatta ai giovani e alle fasce medio-basse della popolazione, in contrapposizione con modelli come Traction Avant e DS che avevano un valore economico ben più alto.

Le Citroën 2CV furono presentate alla stampa nel 1948, con il modello A costituito da un motore bicilindrico raffreddato ad aria, dalla potenza massima di soli 9CV. La produzione di 2CV è continuata ininterrottamente fino al 1990: in totale nei suoi 42 anni di storia si stima che ne siano stati prodotti circa 10 milioni di esemplari.

(foto 2CV – Alan Howden)

Negli anni ’70, molti nuovi modelli di Citroën si ritagliarono un loro spazio nella storia dell’automobile. È il caso della Citroën SM, prodotta dal 1970 al 1975, grazie alla collaborazione tra la Maserati e la casa francese. La SM fu il primo tentativo della Citroën di produrre una coupé granturismo di alta fascia, combinando una linea futuristica e affusolata a un potente motore realizzato da Maserati, un V6 da 2670 cm3 con 170CV di potenza.

 

credits: Eddy Clio

credits: Eddy Clio

Infine, altri iconici modelli risalenti agli anni ’70 furono la Citroën GS e la Citroën CX. La GS era un’auto di fascia media, con motore a 4 cilindri e sospensioni idropneumatiche riprese dalla DS, mentre la CX era un’auto di fascia medio alta, nota soprattutto per la carrozzeria dalle marcate caratteristiche aerodinamiche. Entrambe ebbero un gran successo di vendite negli anni ’70 e ’80, per venire ritirate poi dal commercio rispettivamente nel 1986 e nel 1991.

credits: cv2cv2cv2ccv

credits: cv2cv2cv2ccv-  Flickr

Con la sua gloriosa storia, la Citroen vanta tanti altri modelli che sarebbero degni di nota: ne ricordate uno in particolare, o volete magari cercare il vostro preferito? Tra gli annunci di Kijiji c’è solo l’imbarazzo della scelta!

 

I 10 film anni 80 che hanno segnato un’epoca

I film anni 80, come ogni altro tipo di espressione artistica di quel decennio, racchiudono in sè l’anima di un periodo che in molti ritengono mitico.

Quel decennio ci ha infatti regalato tante pellicole indimenticabili, che hanno fatto ridere, appassionare ed emozionare molti di noi fin da quando eravamo bambini.

Qui di seguito vogliamo ricordare 10 film cult degli anni ’80, vuoi perché hanno segnato la nostra infanzia, vuoi perché sono entrati a pieno diritto nella storia del cinema.

10 – HARRY, TI PRESENTO SALLY… (1989)

Un grande classico nel genere della commedia romantica, che fece decollare la carriera dei due protagonisti, il simpatico Billy Crystal e la bella Meg Ryan. Harry, ti presento Sally è un film basato sul grande dilemma: “È possibile per un uomo e una donna essere amici?”.

La risposta a cui arriva il film è ovviamente no, con l’amicizia tra i due protagonisti che man mano cresce in un vero e proprio amore, senza che loro nemmeno se ne rendano conto.

9- LA STORIA INFINITA (1984)

Uno dei fantasy più amati dai bambini al tempo della sua uscita, siamo sicuri che riesce tuttora a riaccendere la nostalgia tra gli adulti di oggi. Anche qui personaggi e situazioni cult si sprecano: dal dragone volante Falkor allo spaventoso Nulla, fino all’Imperatrice bambina di Fantàsia rinchiusa nella Torre d’Avorio.

Anche in questo caso, la colonna sonora è entrata nella leggenda alla pari del film, grazie al suo gusto pop tipicamente anni ’80.

8- E.T. – L’EXTRATERRESTRE (1982)

Tra i film destinati ad un pubblico di ragazzi, che sono riusciti però ad emozionare spettatori di tutte l’età, impossibile dimenticare questo gioiellino di fantascienza di Steven Spielberg. Vincitore di 4 premi Oscar, la storia del piccolo alieno E.T. non è soltanto un commovente film per famiglie, ma una parabola sul rispetto e la tolleranza verso il diverso.

La scena della bicicletta volante e la battuta “E.T., telefono casa” sono diventate ormai iconiche anche per chi non ha mai visto il film.

7- I GOONIES (1985)

Solo una semplice commedia per ragazzi? No, perché tra il mostro dal cuore d’oro Sloth, il simpatico ciccione Chunk, la famigerata banda Fratelli e il tesoro di Willy l’Orbo, questo film è rimasto nel cuore di tantissimi anche a distanza di quasi 30 anni.

La sceneggiatura firmata da Steven Spielberg e la presenza della teen star Corey Feldman hanno contribuito a fare il resto, proiettando “I Goonies” tra le pellicole più cult del decennio.

6- RITORNO AL FUTURO (1985)

Le avventure di Marty McFly e di “Doc” Emmet Brown a spasso nel 1955 sono rimaste uno dei migliori ricordi d’infanzia per una sterminata platea di fan sparsi per il globo. Ritorno al Futuro non è solo un grande cult a metà strada tra la commedia e il film di fantascienza, ma anche un vero e proprio emblema degli anni ’80.

Dagli skateboard al “giubbotto di salvataggio” di Michael J. Fox, fino alla mitica DeLorean (che potete trovare anche in vendita su Kijiji), i simboli di quella gloriosa decade si sprecano, e i due successivi sequel non hanno fatto altro che alimentarne ancora di più il mito.

 

5- FULL METAL JACKET (1987)

Un altro grande classico di Stanley Kubrick, questa volta dedicato alla tragedia della guerra del Vietnam. Più che le scene di guerra però, è rimasta nella memoria di tutti la prima parte del film, che descrive il processo di de-umanizzazione delle reclute per diventare veri marines, macchine da guerra senza sentimenti.

Indimenticabili sono gli originali e volgarissimi insulti del sergente maggiore Hartman, l’addestratore che umilia costantemente le sue reclute, in particolare lo sfortunato soldato Palla Di Lardo.

4- THE BLUES BROTHERS (1980)

A proposito di colonne sonore, come dimenticare quella del film “The Blues Brothers”, piena zeppa di grandi brani blues e jazz interpretati dalle leggende del genere? Ma Blues Brothers non è certamente solo musica: il duo dei terribili fratelli “in missione per conto di Dio” John Belushi e Dan Aykroyd è insuperabile.

Il film è imbottito di gag spassosissime e di piacevolissimi intermezzi musicali, che hanno contribuito a farne una delle più grandi commedie di tutti i tempi.

3- GHOSTBUSTERS (1984)

Ghostbusters è un grande connubio di commedia, horror e fantascienza, dall’umorismo tipicamente anni ’80. Mattatori del film sono Bill Murray e Dan Aykroyd, che con i loro compari acchiappafantasmi ci accompagnano in un divertentissimo viaggio in una New York infestata dagli spettri, tra mastri di chiavi, guardie di porta, e sboccati fantasmi verdi. E la colonna sonora chi se la toglie dalla testa?

2- SCARFACE (1983)

Quello che “Il Padrino” è stato per gli anni ’70 e “Quei bravi ragazzi” per gli anni ’90, Scarface lo è stato per gli  anni ’80. Scarface è stato il miglior film di gangster del decennio, simbolo di un’epoca ed appassionante ancora oggi. La parabola del cubano Tony Montana da povero immigrato a signore della droga di Miami affascina ancora a distanza di 30 anni, grazie soprattutto alla grande interpretazione di Al Pacino.

Scarface è allo stesso tempo una fotografia degli anni ’80, fatta di lusso, stili di vita edonistici, e look sgargianti: elementi iconici che ispireranno anche il videogioco cult GTA: Vice City.

1- THE SHINING (1980)

Shining non è soltanto uno dei migliori horror di tutti i tempi, se non il migliore, ma anche uno di quei film che qualsiasi appassionato di cinema dovrebbe vedere almeno una volta nella vita.

Basato su un ottimo romanzo di Stephen King, Shining diventa però un vero capolavoro solo grazie al genio del regista Stanley Kubrick, che riesce nell’impresa di amplificare al massimo il senso di angoscia trasmesso dal film puntando sulle atmosfere più che sugli effetti splatter, e curando ogni dettaglio con una precisione maniacale.

Un film pieno zeppo di scene cult che spaventa profondamente, ma allo stesso tempo complesso e con tantissimi livelli di lettura.

Quale è stato il vostro film preferito degli anni ’80? È uno di questi o uno che non abbiamo citato? Se volete recuperarne una copia, molto probabilmente riuscirete a trovarlo nella sezione Film di Kijiji.

Se invece volete continuare il viaggio alla riscoperta delle pellicole più influenti della storia del cinema, continuate la lettura sul nostro blog, dove trovate:

I 10 migliori film degli anni 90

I migliori film di Martin Scorsese e Danny DeVito

I migliori film di Leonardo DiCaprio

I 5 migliori horror degli anni 70

Il mito di John Belushi

Amarcord Peter Sellers

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500 Miglia di Indianapolis: la corsa più leggendaria

Indianapolis_500_2008

Era il 19 agosto 1909 quando l’austroungarico Louis Schwitzer tagliava per la prima volta il traguardo di una 500 Miglia di Indianapolis al leggendario Motor Speedway. Schwitzer era al volante una Stoddard Dayton con motore a quattro cilindri, con cui raggiunse una velocità media di 92 km/h percorrendo due giri di pista per un totale di 8 kilometri.

Da allora il circuito di Indianapolis ne ha fatta di strada: oggi è a tutti gli effetti uno dei più noti circuiti automobilistici a livello internazionale, e ha fatto conoscere in tutto il mondo la capitale dell’Indiana, nei cui pressi è situato.

Tra le curiosità, l’Indianapolis Motor Speedway è capace di contenere 250.000 spettatori seduti, ed è quindi l’impianto sportivo più capiente nel mondo. Il circuito è noto anche con il nomignolo “The Brickyard”, ovvero “il mattonificio”. Questo perché dopo che le prime gare del 1909 mostrarono la pericolosità del fondo stradale originario, composto di un misto di ghiaia e catrame spianato e che provocò numerosi incidenti, si decise di rifare la pavimentazione con uno strato di 3 milioni di mattonelle. Soltanto negli anni ’60 venne completata la moderna asfaltatura, e sulla pista rimase solo uno “yard of bricks”, un’unica linea di mattoni in corrispondenza della linea del traguardo.

La fama del circuito è legata principalmente alla 500 Miglia di Indianapolis, la mitica competizione che ha visto sfidarsi alcuni tra i più grandi piloti di sempre, conosciuta anche come Indy 500 o semplicemente “la 500”.

Corsa per la prima volta nel 1911, la Indy 500 vide trionfare il leggendario pilota americano Ray Harroun, alla guida di una Marmon Wasp, una 6 cilindri da dieci litri di cilindrata. Da allora la Indy 500 si disputa ogni anno (con l’eccezione di due interruzioni durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale) il giorno del Memorial Day, la festa nazionale americana che si celebra l’ultimo weekend di maggio.

Normalmente alla corsa partecipano 33 vetture appartenenti alla categoria delle “Indy cars”, macchine a ruote scoperte con diverse specifiche tecniche. La gara consiste in 200 giri del circuito, ovvero le famigerate 500 miglia (800 km).

1913_Indianapolis_500

 

Nel corso degli anni ci sono state diverse eccezioni al limite di 33 vetture partecipanti alla gara, soprattutto a causa di dispute riguardo ai criteri di selezione. Nel 1979, in seguito ad una di queste dispute, alcuni team dissidenti fondarono il CART, una competizione di Indy cars alternativa che rimase attiva fino al 2008.

La Indy 500 ha visto competere nella sua storia alcuni dei più grandi piloti di tutti i tempi, tra cui A.J. Foyt, Michael Andretti, Rick Mears, fino ad arrivare a Graham Hill, il padre di Damon rimasto nella storia come l’unico pilota in grado di raggiungere la Triple Crown, cioè la vittoria nelle tre gare automobilistiche più prestigiose del mondo (Indy 500, 24 Ore di Le Mans e GP di Monaco).

Tra le leggende dell’automobilismo, impossibile non citare anche i membri della mitica famiglia Unser. Ben 6 di loro hanno partecipato alla 500 Miglia, e tra questi 3 sono riusciti a vincerla almeno una volta. Il più famoso del clan è senza dubbio Al Unser, Sr., detentore con 4 vittorie del record nella Indy 500, a pari merito con A.J. Foyt e Rick Mears. Anche il fratello Bobby e il figlio Al Jr. riuscirono nell’impresa di vincere la corsa, mentre il terzo fratello Jerry e i nipoti Johnny e Robby parteciparono senza vincere.

Si racconta che negli anni ’60 e ’70 anche la madre dei terribili fratelli Unser fosse una presenza fissa alla Indy 500, con un banchetto in cui cucinava il suo rinomato chili piccante per tutti i partecipanti alla gara.

Le tradizioni e le superstizioni che fanno da cornice alla 500 Miglia sono innumerevoli. Tra queste, la più conosciuta è quella per cui il vincitore, al termine della corsa, beve del latte da una bottiglia. L’inventore di questo rituale fu Louis Meyer, che chiese una bottiglia di latte da bere subito dopo aver vinto la corsa del 1933. Una latteria locale vide nel gesto un’opportunità per farsi pubblicità, e finì così per offrire una bottiglia del proprio latte ai vincitori al termine di ogni gara.

Ma la 500 Miglia oggi non è più l’unica corsa disputata sul circuito di Indianapolis. Dal 1994 si disputa anche la Brickyard 400 per il circuito NASCAR, e dal 2008 anche il Gran Premio di Indianapolis per il Motomondiale. Dal 2000 al 2008 vi si è anche disputato il GP degli Stati Uniti di Formula Uno, in cui Michael Schumacher detiene il record di vittorie.

Tra tutti però, l’evento che riesce ancora a richiamare il più grande successo di pubblico è senza dubbio la 500 Miglia. Il giorno della gara è accompagnato da festival musicali ed eventi di vario genere, ed è atteso con trepidazione non solo da un’intera città, ma da tutto il mondo.

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