Archivio mensile:luglio 2013

Oasis vs Blur: l’età dell’oro del britpop

Gran Bretagna: terra d’origine del calcio, del tè delle 5, dei pub, e del royal baby. Ma anche e soprattutto terra d’origine di tanti tra i più grandi gruppi rock e pop della storia, a partire da mostri sacri come Beatles, Rolling Stones e Pink Floyd, fino ad arrivare a idoli contemporanei come Radiohead e Muse.

La lista delle rock band leggendarie provenienti dalla terra di Albione potrebbe essere lunghissima: per fortuna ci ha pensato l’artista inglese Pello a riassumere 50 anni di storia del rock britannico in un’unica mappa…

Tra questi, come non ricordare due tra le band inglesi più popolari di tutti i tempi, protagoniste di una storica rivalità verso la metà degli anni ’90? Stiamo parlando ovviamente di Oasis e Blur, i due nomi di spicco della scena britpop che imperversava nel Regno Unito in quegli anni.

Britpop fu un termine coniato dai giornalisti musicali per indicare quelle band che, tra il 1992 e il 1996 all’incirca, esibivano un’attitudine tipicamente british in tutti gli aspetti della loro musica e del loro stile. Le band britpop si rifacevano musicalmente alla grande tradizione del pop chitarristico britannico degli anni ’60 e ’70, in primo luogo a band come Beatles, Kinks e XTC.

Sia i testi che lo stile esprimevano apertamente l’orgoglio di essere cittadini di Sua Maestà, a partire dalle foto ufficiali delle band, in cui l’Union Jack era una presenza costante. L’ostentazione dei simboli della cultura britannica nasceva in aperta polemica con il movimento grunge americano dei primi anni ’90, ormai in declino e a cui i britpoppers sentivano di non appartenere.

credits: Danny PiG

credits: Danny PiG

All’interno di questo movimento, Oasis e Blur erano le band più popolari, ma in realtà agli antipodi. Gli Oasis venivano da Manchester, città working class nel Nord dell’Inghilterra, ed erano per questo considerati da molti una “band della gente”. L’immagine che i terribili fratelli Gallagher, l’anima del gruppo, davano di sé era quella delle rockstar maledette, dall’enorme carisma ma anche sempre pronte a far parlare di sé nei tabloid a causa dei continui litigi e dello stile di vita edonistico. Gli Oasis poi, nonostante la loro fonte di ispirazione principale fossero dichiaratamente i Beatles, differivano dalle altre band britpop a livello musicale e “ideologico”: fu la stampa principalmente ad incasellarli in un movimento che loro stessi sentivano estraneo.

I Blur, d’altro canto, incarnavano in pieno lo stile britpop. Provenienti dagli ambienti middle class del centro di Londra, furono tra le band riconosciute come fondatrici del movimento. La stessa riscoperta delle origini british fu un’idea del leader Damon Albarn al ritorno da un tour negli States, paese di cui disprezzava la cultura. Musicalmente, i Blur avevano uno stile più ironico e giocoso rispetto ai rivali di Manchester: la loro verve pop era però mitigata da arrangiamenti “alternativi” e più elaborati, che contribuirono forse a limitare il successo commerciale della band.

Nel 1995, al culmine della popolarità del genere, Oasis e Blur si sfidarono in quella che diventerà conosciuta come “la battaglia del britpop”. Riguardando indietro oggi, sembra facile che la “sfida” sia stata in realtà montata ad arte dai giornali dell’epoca, con l’obiettivo di vendere più copie. Sicuramente non fu una coincidenza che i due singoli di punta delle rispettive band, “Country House” dei Blur e “Roll With It” degli Oasis, furono fatti uscire lo stesso giorno, il 14 agosto.

Fu la rivista musicale NME a lanciare la sfida con una copertina dal titolo “Il campionato dei pesi massimi britannico”. La “battaglia” fu vinta dai Blur, che in quell’occasione vendettero circa 60.000 copie in più dei rivali. Noel Gallagher non la prese tanto bene, e arrivò addirittura a dichiarare ad un giornale che sperava che i componenti dei Blur “morissero di AIDS”.

Sulla lunga distanza però, il tempo diede ragione agli Oasis, che nella loro storia ebbero un successo di molto maggiore rispetto ai rivali londinesi. I Gallagher batterono diversi record di copie vendute sia in Regno Unito che all’estero con i loro album successivi, mentre i Blur non riuscirono più a ripetere gli exploit commerciali del 1995.

Oggi la rivalità tra Oasis e Blur può dirsi ampiamente superata. Noel Gallagher negli ultimi anni ha rivolto diversi attestati di stima verso Albarn e il chitarrista Graham Coxon, e addirittura di recente i tre hanno diviso il palco ad un concerto di beneficenza.

 

Oasis e Blur sono state forse le uniche due band a superare indenni la stagione d’oro del britpop, riuscendo a reinventarsi negli anni e a conservare un’importante fan base. Se gli Oasis sono durati fino al 2009, anno in cui il conflitto tra i fratelli Gallagher è arrivato al culmine causando la fine della band, i Blur dopo essersi sciolti nel 2003 sono tornati insieme nel 2008 per una serie di concerti da tutto esaurito. Di recente sono passati anche in Italia, con due date a Milano e a Roma il 28 e 29 luglio, entrambi grandissimi successi di pubblico.

E voi, preferite il carisma degli Oasis o l’ironia dei Blur? Sia che siate alla ricerca di cimeli dei primi, o dischi dei secondi, provate a cercare su Kijiji!

Il genio di Peter Sellers: ripercorriamo la carriera di un gigante della commedia

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credits: Allan Warren

 

Il 24 luglio 1980 fu un giorno di lutto per i cittadini britannici, così come per gli amanti del cinema di tutto il mondo. In quella data morì a 54 anni Peter Sellers, il leggendario attore inglese da molti considerato uno dei più grandi comici di tutti i tempi.

33 anni dopo la sua morte, si può dire che la sua figura sia entrata a pieno diritto nella storia del cinema, a fianco di grandissimi della commedia come Charlie Chaplin, Buster Keaton e Woody Allen. Il suo stile sottile e poliedrico ha infatti influenzato enormemente tutte le generazioni successive di comici britannici, dai Monty Python a Mr. Bean, fino a Eddie Izzard e Sacha Baron Cohen.

Di Peter Sellers è rimasta leggendaria l’eccezionale capacità trasformistica, la sua maestria nell’interpretare personaggi totalmente diversi tra loro ma tutti eccezionalmente curati nei dettagli, dall’aspetto all’accento, fino a tic e idiosincrasie. Sellers fu anche un grande talento dell’improvvisazione: molte delle scene più famose dei suoi film sono state girate senza sceneggiatura.

Il personaggio tipico interpretato da Sellers era quello del pasticcione mite e un po’ malinconico, dall’accento improbabile e dall’aspetto bislacco. Nonostante l’apparenza mansueta però, la sua personalità fuori dal set era alquanto turbolenta. Di lui sono rimasti leggendari i litigi con i registi, le relazioni burrascose con le donne, il carattere lunatico e le svariate dipendenze da alcol e droghe: aspetti controversi di un personaggio complesso, che lo ostacolarono enormemente nell’ultima parte della sua carriera, vissuta tra alti e bassi, con vari flop e qualche capolavoro assoluto.

Noi oggi vogliamo celebrarne la carriera ricordando i suoi più grandi successi: film che ogni appassionato dovrebbe vedere almeno una volta in vita, magari trovandoli proprio su Kijiji.

La saga della “Pantera Rosa” (1963 – 1978)

Senza dubbio il ruolo più famoso nella carriera di Peter Sellers è stato quello dell’Ispettore Clouseau nella saga dei film della “Pantera Rosa”. Il personaggio del detective incapace, dal caratteristico impermeabile e dal buffo accento francese, che nonostante la sua inettitudine riesce sempre a farla franca, è rimasto indissolubilmente legato a Sellers, nonostante sia stato impersonato anche da altri attori.

Nel primo film della saga, “La Pantera Rosa” del 1963, l’Ispettore Clouseau è in realtà un personaggio secondario mentre il protagonista è il villain David Niven. Ma la spiritosissima performance di Sellers convince il regista Blake Edwards a puntare ancora su Clouseau come protagonista del successivo “Uno sparo nel buio” (1964), film che consacra definitivamente Sellers come star di fama internazionale. I successivi tre film della saga, usciti nella seconda metà degli anni ’70, furono minori dal punto di vista artistico, ma se non altro servirono a rilanciare la carriera di Sellers in un periodo di difficoltà.

Il dottor Stranamore: ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964)

Considerato una delle migliori satire politiche di tutti i tempi e un capolavoro della storia del cinema, questo film vede Sellers sfruttare al meglio la sua abilità di trasformista. Dopo aver lavorato con Sellers per “Lolita”, il regista Stanley Kubrick lo scrittura di nuovo, con un ingaggio stellare, per interpretare tre ruoli diversi nella sua commedia nera sulla Guerra Fredda e la paranoia nucleare. Sellers inizialmente doveva interpretare anche il maggiore T. J. “King” Kong, il pilota che cavalca la bomba in una delle scene più famose del film. Alla fine invece si “limitò” ai personaggi del colonnello Mandrake, del presidente americano Merkin Muffley, e dell’ambiguo Dr. Stranamore, uno scienziato ex-nazista in sedia a rotelle con una mano che vive di vita propria. Secondo i membri della troupe, le performance di Sellers erano così esilaranti che dovevano spesso interrompere le riprese per il troppo ridere, tanto che Kubrick dovette cambiare la sceneggiatura per rendere alcuni personaggi più seri.

Moltissime le scene rimaste dei cult, tra cui il finale (improvvisato da Sellers) in cui il Dr. Stranamore urla “Mein Fuhrer! Io cammino!”:

Hollywood Party (1968)

Un grande classico della commedia, in cui Peter Sellers torna insieme a Blake Edwards per un film largamente improvvisato, dove le gag mute e la comicità slapstick la fanno da padrone. Sellers qui interpreta Hrundi V. Bakshi, un mansueto attore indiano che provoca inconsapevolmente danni di proporzioni epiche in qualsiasi situazione si trovi. Il film racconta le gesta di Hrundi in un party dell’alta società hollywoodiana in cui viene invitato per sbaglio, finendo ovviamente per causare un putiferio. In questo film Sellers mostra il lato più “fisico” della sua comicità, con dei risultati assolutamente esilaranti, come questa scena, quasi senza dialoghi, in cui il protagonista cerca di recuperare una scarpa senza rovinare l’elegante atmosfera del party:

Oltre il giardino (1979)

Il testamento ideale di Peter Sellers, in cui fornisce un’ultima prova delle sue straordinarie capacità attoriali con un ruolo drammatico. Sellers cercò di far realizzare questo film per otto anni, dopo aver comprato i diritti del libro da cui è tratto: per questo forse si può dire che il ruolo del protagonista sia stato quello da lui più fortemente voluto nella sua carriera.

Il protagonista è il giardiniere Chance, un sempliciotto semianalfabeta che viene scambiato per un imprenditore di nome Chauncey Gardner . Chance è un idiot savant, che si esprime con frasi semplici ed ingenue che vengono però scambiate per perle di saggezza da tutti quelli che lo circondano.

A metà tra il film drammatico e la commedia satirica, “Oltre il giardino” è un film poetico che ironizza sulla società contemporanea e sulla nostra percezione del mondo. La performance di Sellers è impeccabile, sobria e misurata, tanto da valergli una nomination agli Oscar. Quasi commovente il finale, anche alla luce della morte dell’attore che avverrà poco tempo dopo: le ultime parole, “La vita è uno stato mentale”, non a caso verranno scritte anche sulla sua lapide.

 

 

calcio balilla

Calcio balilla: quelle sfide infinite al bar e all’oratorio

Calcio balilla, biliardino, calcetto, calcino: tanti sono i nomi usati in Italia per chiamare uno degli sport da bar più popolari in assoluto.

Indipendentemente dal nome, da bambini era il gioco simbolo di tutti gli oratori e sale giochi. Le sfide erano lunghissime e appassionanti, e spesso per il vincitore c’erano in palio bibite o gelati. In estate poi, il tavolo da biliardino è una presenza fissa nei bar di tutte le spiagge d’Italia. In queste occasioni non serve essere bambini per concedersi una partita 2 contro 2, anche soltanto per cercare una di tregua dal sole.

Il calcio balilla in realtà non è soltanto un gioco da ragazzi. Dal 2002 esiste una Federazione Internazionale di Calcio da Tavolo (la ITSF), che dal 2004 organizza anche una Coppa del Mondo, in cui giocatori da tutto il mondo si sfidano in diverse categorie.

Purtroppo fino ad oggi gli atleti italiani hanno avuto scarsa fortuna in questa competizione: la nazione con più medaglie all’attivo è il Belgio, che vanta tra le sue fila la leggenda del biliardino Frédéric Collignon, mentre l’Italia eccelle soprattutto nella categoria Disabili, grazie ai trionfi di Fabio Cassanelli.

Bisogna notare però che la FICB, la Federazione Italiana Calcio Balilla, impone regole diverse nelle partite ufficiali rispetto alla maggioranza degli altri paesi. In Italia per esempio è vietato il “gancio”, cioè il passaggio della palla da un attaccante all’altro sulla stessa linea prima di tirare in porta. Al momento la ITSF sta lavorando a un sistema di regole unificato per le federazioni di tutto il mondo: forse così gli italiani riusciranno a vincere una Coppa del Mondo anche nel calcio balilla!

Le origini del biliardino però non sono nel nostro paese, ma in Spagna. Negli anni ’30 lo spagnolo Alejandro Finisterre rimase ferito alle gambe in un bombardamento durante la Guerra Civile. Deluso dal fatto di non poter più giocare a calcio, ebbe l’idea di creare il futbolìn, un gioco ispirato al calcio reale ma che poteva essere giocato usando solo le mani.

Il neonato biliardino divenne subito popolare negli ospedali militari durante la guerra, soprattutto tra i soldati come metodo per riacquistare le funzione psicomotorie in seguito a ferite da combattimento. È proprio da questo uso terapeutico che nacque il nome italiano “calcio balilla”: i reduci della Seconda Guerra Mondiale, gli ex-balilla del regime fascista, furono tra i primi a giocare a questo gioco durante le terapie di riabilitazione.

Nel dopoguerra il biliardino iniziò ad avere grande successo in tutto il mondo, persino in un paese come gli Stati Uniti dove il calcio vero e proprio non riscosse mai grande simpatia. In Italia, il calcio balilla era inizialmente importato dalla Francia, e solo grazie alla Garlando, un’azienda che produceva casse da morto, il biliardino iniziò a venir prodotto anche nel nostro paese. Oggi la Garlando è uno dei principali produttori di biliardini nel mondo, e i suoi tavoli vengono spesso usati per le competizioni ufficiali.

Naturalmente, i giocatori di biliardino professionisti hanno un repertorio di trucchi e colpi di classe sconosciuti al giocatore medio. Innumerevoli sono le mosse speciali e gli stili di gioco che si potrebbero elencare, e spesso dipendono anche dall’estro e dalla fantasia del giocatore. Tra le mosse tipiche della scuola italiana, vogliamo ricordare almeno la “cinese”, che consiste nel tirare la pallina con l’attaccante sulla sponda e poi colpirla rapidamente al volo, e la “napoletana”, dove l’attaccante centrale tira spizzicando leggermente la pallina in modo che colpisca la sponda prima di andare in gol.

Le tecniche professionali per il calcio balilla ovviamente si distinguono a seconda che si giochi in attacco o in difesa. Normalmente chi sta in attacco dovrebbe giocare più con l’istinto che con la ragione, ma allo stesso tempo deve coordinarsi bene con la difesa, e magari conoscere qualche buona mossa di repertorio per sorprendere l’avversario. Per i difensori invece è necessario avere freddezza, visione di gioco e senso della posizione, e non cercare costantemente il tiro in porta ma puntare a impostare il gioco per l’attacco.

Nel 1980 addirittura il matematico Giulio Broccoli inventò un metodo particolare per impostare la fase difensiva detto Metodo Broccoli (qui potete trovarne la descrizione completa), che si contrapponeva al metodo tradizionale all’italiana in quanto basato su una difesa “a zona”, in cui il portiere rimane fisso e i difensori coprono le fasce laterali.

Chi volesse imparare qualche mossa da campione, può comunque dare un’occhiata a questi video, pubblicati dalla FICB, dove vengono illustrati alcuni colpi da veri professionisti:

 

Se dopo tutto questo vi è venuta voglia di giocare a calcio balilla, cercate tra i biliardini in vendita su Kijiji!

Acrobazie su 4 ruote, le nostre avventure sui pattini

Ripensando a tutti i pomeriggi d’infanzia trascorsi sui pattini, i primi ricordi sono inevitabilmente dolorosi: tra ginocchia e gomiti sbucciati, è più facile vedere quelle strade e parchi di quartiere più a campi di battaglia che terreni di gioco.

Provando a distaccarsi dal ricordo di quelle cadute, l’idea di pattino per i ragazzi cresciuti negli anni ‘80 si associa ai modelli “classici”, ovvero quelli con le quattro rotelle disposte a coppie: due davanti e due dietro, una linea molto più antiquata rispetto a quella dei cugini più moderni, quei rollerblade a quattro ruote in fila che furono introdotti a metà anni ’90 e che conquistarono la generazione successiva.

Per i pattini della vecchia generazione, i modelli erano comunque tanti: si andava dal modello molto professionale con scarponcino:

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A quelli che invece altro non erano altro che una base di quattro ruote da tenere sotto la suola delle scarpe, a cui veniva poi fissata con una fibbia in plastica:

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Vi ricordate poi dove si trovava il freno nei pattini “classici”? Dopo tanti anni di predominio dei rollerblade sul mercato, è automatico pensare che il freno debba trovarsi sul posteriore e soltanto nel pattino destro.

I pattini di una volta, invece, avevano i freni davanti e dietro. Freni che erano l’unica salvezza quando le gare con gli amici diventavano impegnative e la velocità elevata, oppure quando la discesa era più ripida del previsto…

Proprio per chi ci teneva di più allo spettacolo e ai brividi della velocità, c’erano anche specifiche evoluzioni acrobatiche per i più esperti: il passo incrociato non era niente male per fare una bella curva, nonostante venisse sempre meglio da una parte rispetto all’altra. Andare all’indietro e fare qualche salto erano cose per pochi, di cui valeva la pena vantarsi.

Con i pattini in linea, poi, la musica è cambiata poi molto, anche per quanto riguarda gli accessori.  Elmetti, ginocchiere e polsiere aiutano a rimanere “tutti di un pezzo” e a osare molto, anzi moltissimo. Di conseguenza, le performance sono diventate assolutamente più spettacolari, un vero piacere per gli occhi:

Ma forse parte dello spirito del gioco era l’”imperfezione” dei vecchi pattini, e il provare a resistere il più possibile lontani dall’asfalto? A prescindere da quale filosofia su rotelle preferiate, su Kijiji trovate modelli per tutti i gusti grazie ai 1.500 annunci presenti nella categoria pattini.

Cavalcando Un’Onda Lunga Secoli: La Storia del Surf

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“Noi siamo i giovani, i giovani più giovani. Siamo l’esercito, l’esercito del surf”

Quella pacchianissima canzone del Piotta, “La grande onda” uscita nel 2002, non era che una cover di una canzone degli anni ’60 cantata da Catherine Spaak, dal titolo “L’esercito del surf”. Parliamo di anni ’60 non a caso, perché quello fu infatti il periodo cruciale per la diffusione di questo sport nel nostro paese.

Ma andiamo con calma: le tavole da surf esistevano da molto prima degli anni ’60, e da molto prima di Catherine Spaak ed anche dei Beach Boys. Il luogo è ancora perso nella leggenda, con Polinesia e Hawaii a contendersi il titolo di patria del surf.
Le primissime testimonianze risalgono alla fine del 1700 e al viaggio di James Cook – esploratore, navigatore e cartografo britannico: fu lui la prima persona ad arrivare sulle coste australiane e delle isole del pacifico, Polinesia ed Hawaii, dove i membri dell’equipaggio osservarono gli abitanti praticare questo coraggioso sport.

Possiamo però dire che, se da un lato la teoria pro-Polinesia è quella più appoggiata, è invece un hawaiano che si è aggiudicato il titolo di padre del surf moderno: cosi almeno ci dice un articolo dell’aprile 2012 dell’Independent che celebra i 100 anni della nascita del surf.
Qui si parla di Duke Kahanamoku, famoso per la vittoria della medaglia d’oro nel nuoto alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912. Durante il suo viaggio per raggiungere la Svezia dalle Hawaii, “The Duke” fece tappa nella costa sud della California, dove ebbe la possibilità di mostrare la sua classe in cresta a un’onda al pubblico americano. Fu da lì che nacque il mito del surf in California, e questo sport iniziò a diventare popolare anche per pubblici più grandi.

Per quanto riguarda l’Italia, invece, il sito www.surfnews.it riferisce che il primo arrivo sulle nostre coste fu ancora dovuto al nuoto. Tutto successe grazie alla nazionale di nuoto americana che, in occasione delle Olimpiadi di Roma nel 1960, portò con sé in Italia una tavola modello Hollow, in legno, senza schiuma poliuretanica e con resina epossidica al suo interno.

Se la nazionale di nuoto americana si era dilettata sulle onde delle coste laziali, Peter Troy, leggendario surfista australiano, scelse invece le onde liguri nel ‘63. Questi due primi episodi non riscossero però un grande successo, e i primi surfisti italiani arrivarono soltanto verso la fine del 1960 sulle coste toscane e liguri.

Fu finalmente grazie al cinema che il surf entrò nell’immaginario collettivo anche nel nostro paese. Nel 1978, grazie a “Big Wednesday”, il “Mercoledi da Leoni” italiano, il surf arrivò in milioni di case.


In seguito al successo del film, ad inizio anni ’80 nacque sulle coste della Versilia il primo club del Bel Paese: lo storico Italia Wave Surf Team organizzò anche la prima gara ufficiale sulle nostre coste.

Di film sul surf ne sono poi arrivati tanti altri: tra loro va ricordato Point Break, uscito nel 1991 con due giovanissimi Patrick Swayze e Keanu Reeves:

Nel 1998 arriva invece La grande onda, che racconta le avventure di tre amici in giro per il mondo alla ricerca di onde gigantesche. Il film include anche molte scene spettacolari, grazie alla collaborazione di surfisti professionisti.

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L’anno dopo, ovvero nel 1999, fu il turno di Ocean Tribe – Cavalcando l’oceano, un’altra storia di amici alla ricerca dell’onda perfetta. Questa volta i protagonisti sono 4 e dopo essersi persi di vista per alcuni anni, vengono riuniti dalla stessa passione per il surf.

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Infine, troviamo il surf anche nei cartoni animati, tra cui spicca Surf’s up – I re delle onde che ha fatto conoscere il surf ad un pubblico di tutte le età.

E voi fate parte della crew dei surfisti? Se non è cosi sappiate che non è mai tardi troppo tardi per provare a cavalcare le onde! Consigliamo quindi di dare un’occhiata ai nostri annunci sul surf: non solo per le tavole, ma anche per tutti gli altri accessori e… buona onda a tutti!

Viaggio nella preistoria dei cellulari: gli anni ‘90

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Ad oggi il cellulare è un oggetto che fa parte della quotidianità: quasi sicuramente in questo momento lo avrete in tasca o nella borsa. O forse anche in mano, perché avete appena letto un messaggio, fatto una telefonata o, più probabilmente, state postando su Facebook o leggendo quest’articolo su internet.

Un articolo di Business People pubblicato quest’anno ci rivela infatti che 6 italiani su 10 hanno uno smartphone, che non è più un semplice oggetto che consente di fare una telefonata, ma anzi un apparecchio super connesso che ci tiene sempre al corrente su quello che fanno i nostri amici. La maggior parte degli utenti mostrano anche dove sono e cosa stanno facendo con tanto di foto sui social, anche esse fatte con lo stesso telefono e postate immediatamente in rete,  per non parlare di email, videochiamate e acquisti online.

I primissimi cellulari sono arrivati però in Italia negli anni 90: non parliamo di secoli fa, ma se pensiamo ai primi modelli e alle pochissime funzioni che avevamo a disposizione, ci sembra di parlare di oggetti preistorici.

Voi vi ricordate quei “primitivi” modelli e come sono arrivati nelle nostre case?

Tutto cominciò attorno ai mondiali di calcio giocati in casa, Italia ’90: in quei giorni fu infatti lanciata la rete Etacs in tutte le città dove si giocavano le partite. Le aziende produttrici non persero quindi l’occasione per il lancio dei telefonini, che diventarono immediatamente un gadget imperdibile tra i calciatori, e in tutto il mondo sportivo.

Rimangono tuttora famose le parole di Walter Zenga che, in articolo pubblicato sulla rivista “Selezionando Sip”, aveva dichiarato che tutti i suoi colleghi erano vittima della “cellular dipendenza”. Forse, però, l’aneddoto più divertente, sempre riportato dalla rivista della Sip, non riguarda un calciatore bensì un ciclista, Marco Cipollini. In una tappa del giro, infatti, Supermario si era dilettato in una telefonata direttamente dalla bici, con una mano al telefono e l’altra ancora sul manubrio.

Tra i primi cellulari di quegli anni che ricordiamo ci sono i Motorola, con antenna esterna e sportellino. Un esempio è il Micro Tac, con le sue varie versioni in vendita dal 1989 al 1998. A vederlo oggi il nome può sembrare buffo o inappropriato, ma all’epoca era il più leggero e compatto sul mercato.

 

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photo credits: Dave

E le dimensioni del telefono sono nulla se paragonate a quelle del carica batterie, che per i primi modelli era un grande contenitore di plastica che ospitava l’intero telefono. Non si trattava certo della moderna spina con un filo a cui attacare il telefonino, pratica e comoda da portare in giro.

In quegli anni anche Ericsson ha vissuto il suo momento di gloria, con il GF 768, uscito nel 1997. Piccolissimo e leggerissimo per l’epoca, ma vogliamo ripensare a quando arrivava un sms più lungo? Sullo schermo non c’era spazio che per una riga alla volta, e leggere i messaggi poteva diventare davvero impegnativo.

 

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E dopo l’era Motorola ed Ericsson, ebbe inizio il successo di Nokia: chi non ricorda i famosi modelli 3210, in vendita dal 1999, ed il 3310, sul mercato dall’anno dopo? Piccoli (almeno per i tempi in cui sono usciti), con antenna integrata, maneggevoli e soprattutto indistruttibili.

 

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Photo credit: Pikwas

Con questi modelli arrivarono anche le tantissime mascherine colorate, per non parlare dei primi giochi. Il gioco più famoso in assoluto rimarrà per sempre Snake, il serpentone che mangiava pallini e si allungava sempre di più, diventando ingestibile all’interno del piccolo schermo.

Non dimentichiamoci poi dei telefoni a “conchiglia”, che ci fanno tornare alla Motorola, che introdusse questa nuova forma subito ben accolta dal mercato. Uno dei primi era il Motorola V66, in cui il display era ancora in bianco e nero, ma l’illuminazione era blu.

 

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Photo credits: Episteme

Per Motorola il cellulare a “conchiglia” di maggior successo fu però  il RAZR V3, sia per la sua lines, (era il più sottile sul mercato e leggerissimo), sia per le sue caratteristiche: questo modello aveva una fotocamera integrata con zoom digitale, suonerie mp3 e un display da 262.000 colori, più grande rispetto ai concorrenti per visualizzare meglio le foto.

 

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Photo credit: OptoScalpel

Si arrivò poi ad un’altra generazione di telefoni, iniziando con il Blackberry, fino agli ultimi touchscreen come iPhone, htc e Samsung. Ma questa è tutta un’altra storia…

Qual è stato il vostro primo cellulare, e quanto tempo siete riusciti a tenerlo, pochi mesi o anni? Fateci sapere qual è quello di cui sentite la mancanza!

Scoprendo la Sicilia su quattro ruote

Siamo quasi giunti alla metà di luglio e il pensiero delle vancanze, per chi non è già partito, è ora un vero e proprio chiodo fisso. Qual è la meta che avete scelto per questa estate?

Noi stiamo pensando a un viaggio in macchina nella bellissima e caldissima Sicilia, isola accogliente e indimenticabile grazie ai suoi colori e profumi, ma anche al cibo, al mare e alla bellezza dei paesaggi.

Innanzitutto, però, c’è una premessa da fare: il giro dell’isola è impegnativo e, a meno che non abbiate a disposizione parecchio tempo, è difficile pensare di visitare tutto se non con il rischio di perdersi delle vere e proprie chicche.

Per gli amanti del mare e della natura un’idea potrebbe essere quella di esplorare la costa nord ovest iniziando con una delle riserve più famose d’Italia: la Riserva dello Zingaro, 7 chilometri di costa incontaminata, con diverse e piccole calette che sembrano ognuna un angolo di paradiso. Questo meraviglioso tratto di costa permette di passeggiare all’interno di un’oasi il cui panorama offre diversi toni di blu – grazie ad un mare da sogno – e di verde della macchia mediterranea caratteristica della zona.

La Riserva si trova tra San Vito lo Capo e Scopello, ed è raggiungibile da entrambi i paesi. Una volta all’ingresso, si lascia la macchina e inizia l’esplorazione: si tratta di un’area completamente naturale e pertanto priva di bar o punti di rinfresco. Necessario portarsi bevande e cibo da casa, perché quello che offre la Riserva è un’esperienza che porta a immergersi nella natura al 100%.

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credits: siciliamare.info

Ma la Sicilia va visitata anche per la sua tradizione culinaria che rispecchia le diverse dominazioni che nei secoli si sono susseguite sul territorio: quella ellenica per prima, per poi passare attraverso quella francese, araba e spagnola, che hanno portato sulle tavole siciliane piatti speciali che sono un misto di diverse culture. Nel nostro caso, dalla Riserva dello Zingaro ci troviamo a due passi da San Vito lo Capo, la cittadina famosa per il cous-cous e dove l’influenza araba si rende più evidente rispetto ad altre zone dell’isola.

San Vito si trova proprio sulla punta dell’omonimo promontorio, e la sua posizione la rende una perfetta cittadina di mare, in cui la cui spiaggia di sabbia bianca si incontra con un mare dalle diverse tonalità di azzurro e blu.

La cittadina di San Vito è un ottimo posto da considerare come base per un road trip, perché è in una posizione ideale per continuare ad esplorare la costa occidentale siciliana. Per chi vuole fare un tuffo – questa volta non nel mare, ma nella storia – è possibile visitare diversi luoghi: percorrendo 30 km troviamo Erice, un borgo medioevale, situato sull’omonimo monte, mentre a 60 km è possiblie visitare il tempio greco e l’anfiteatro di Segesta, e a 80 km si trovano Salemi e Ghibellina, entrambi paesi dalle tante curiosità. Salemi entra nella storia dopo l’arrivo di Garibaldi, quando venne simbolicamente nominata prima città d’Italia. Ghibellina invece è stata distrutta dal terremoto del 1968, a seguito del quale la Nuova Ghibellina è stata ricostruita come un museo permanente che comprende una cinquantina di opere di artisti contemporanei.

Per chi invece vuole continuare il road trip sulla costa, è possibile proseguire in direzione Palermo e fermarsi ad un centinaio di chilomentri da San Vito ovvero ad Isola delle Femmine, già in provincia di Palermo. Il nome di questo antico borgo è dovuto all’isolotto non molto distante dalla costa che dal 1997 è Riserva Naturale. La tradizione racconta che la storica torre ormai diroccata presente sull’isola fosse una prigione per sole donne.

Proseguendo per altri 80 km sulla costa, e quindi superando la città di Palermo, si arriva poi a Cefalù, uno dei più rinomati centri balneari della provincia, tanto da arrivare a triplicare la sua popolazione nei mesi estivi grazie ai milioni di turisti non solo italiani.

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credits: Jerome Bon

E voi che tipo di vacanzieri siete?

Se siete degli avventurosi, e questo post ha risvegliato in voi la voglia di visitare la spendida Sicilia, potete trovare tutti gli alloggi per il vostro viaggio tra i più di 9.000 annunci che trovate sul nostro sito nella categoria case vacanze in Sicilia.

11 Luglio 2008: il rivoluzionario iPhone arriva in Italia

In America l’iPhone, che andò in vendita oltreoceano il 29 giugno 2007, ha da poco celebrato i suoi 6 anni di vita, ma in Italia il suo quinto compleanno viene festeggiato solamente oggi.

Ricordate anche voi l’attesa per il tanto chiacchierato telefono di Apple che prometteva miracoli? Sia i giornali che la rete erano ricchi di articoli con rumors ed anticipazioni sulle straordinarie capacità dell’iPhone, ed era iniziata anche una strana gara tra chi indovinava la data della commercializzazione in Italia.

Promesse e ancora promesse su date che dovevano essere “ufficiali”, ma nulla accadde fino al famoso 11 luglio del 2008.

 

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Ebbe quindi inizio un’altra gara: quella per riuscire a comprare per primi il mitico telefono, a cui seguirono altre settimane di notizie relative alle code notturne di fronte ai negozi e poi quelle sui primi dati di vendita.

Senza dubbio, che siate o meno amanti di Apple, possiamo tutti essere d’accordo che la casa di Cupertino abbia davvero rivoluzionato il mondo della telefonia mobile con l’introduzione di un oggetto che, come disse Steve Jobs nella sua mitica presentazione, era “5 anni avanti rispetto a tutti i telefonini sul mercato”

In realtà il primissimo modello di iPhone non è mai arrivato sul mercato italiano: ci riferiamo alla prima generazione, quella che era uscita negli Stati Uniti nel 2007 con telecamera a 2 megapixel, che era disponibile solo nei modelli a 4 e 8GB, seguita solo ad inizio 2008 dalla versione 16GB.

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La seconda generazione, quella arrivata anche nel Belpaese, funzionava già su piattaforma 3G, ed era questa volta reperibile nei modelli a 8 e 16GB.

Seguì poi l’upgrade con il 3GS, che doveva essere due volte più veloce del suo “fratello minore”. Da qui in poi ci fu anche un progressivo miglioramento della telecamera, a 3 megapixel già a partire dal 3GS, mentre la memoria era disponibile con 16 e 32GB.

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Con l’iPhone 4, come tutti i modelli molto atteso dal mercato, arrivò invece una svolta estetica: il telefono diventò squadrato e molto più sottile. Anche per le caratteristiche tecniche lo smartphone americano continuava a perfezionarsi: le fotocamere diventano due e da 5 megapixel (se ne aggiunge una frontale per le videoconferenze), e grazie al display Retina con un numero di megapixel quattro volte superiore ai modelli precedenti la qualità delle immagini è di gran lunga superiore.

Anche qui poi è arrivato un successivo upgrade con il modello 4S, storia recente ormai, in cui oltre alla fotocamera da 8 megapixel si è aggiunto un processore ancora più veloce.

 

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L’ultimo arrivato, il 28 settembre 2012 è stato poi l’iPhone 5, con lo schermo leggermente più grande dei predecessori, ma più leggero e sottile dell’intera famiglia.

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Le curiosità relative all’iPhone che hanno circolato in questi primi 5 anni sul mercato sono tantissime, ma quella che a noi piace di più è quella relativa al perché ci sia un unico bottone in tutto il telefono.

Il motivo è, a quanto pare, l’odio di Steve Jobs per i bottoni, come riportato diversi anni fa nel blog del Wall Street Journal. Un’avversione a 360 gradi visto che anche nelle varie presentazioni e conferenze stampa non lo abbiamo mai visto con la camicia.

Voi siete stati catturati dal fascino della mela? Per chi fosse alla ricerca di qualche accessorio o di un nuovo modello di iphone il nostro sito vi propone oltre 500 pagine di Kijiji!

Nove Luglio Duemilasei: l’Italia è Campione del Mondo

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credits: Alessio Damato

Nove luglio duemilasei è una data che vale la pena scrivere a parole: si tratta di un giorno glorioso, cosa più unica che rara dell’Italia di questi tempi, un giorno in cui tutti insieme abbiamo festeggiato il mondiale più inatteso.

Calciopoli alle spalle, la solita partenza da outsider, le ancor più solite diffidenze verso una squadra che sulla carta non parte mai favorita. Si è parlato a sufficienza di tutto il fardello che la banda di Lippi si portava dietro, cosa che ha reso la vittoria di Berlino qualcosa un evento leggendario.

Figlio delle motivazioni extra di calciatori che vedevano la fine della propria carriera avvicinarsi, e allo stesso tempo apice di una generazione di campioni che avevano più volte sfiorato il successo in nazionale, senza mai afferrarlo, il mondiale tedesco ha rappresentato per tutti noi qualcosa di epico.

Indimenticabile la vittoria sulla Germania, forse ancor più di quella in finale contro la Francia rivale di tante altre battaglie. Indimenticabile, nel bene e nel male, la testata di Zidane e la tensione dei rigori.

Il ricordo di quella serie di partite è ancora vivissimo: le grida in diretta di Caressa e Bergomi hanno invaso i nostri profili Facebook per vari anni in seguito a quella notte di Berlino, e spesso si finisce per parlare dei festeggiamenti di quella notte. Proprio per questo, invece di riguardare quanto successo sul campo, noi abbiamo pensato di ripercorrere la festa, e i momenti di gioia che hanno attraversato l’Europa in quel giorno di luglio del 2006. Dagli spogliatoi di Berlino alle piazze di tutta la penisola, qui a seguito i nostri video preferiti, a partire da Luca Toni che vince il premio simpatia, provocando il povero Ciro Ferrara…

Qualcuno si ricorderà di Massimo Oddo perché era il parrucchiere designato della nostra spedizione, quasi nessuno per i suoi 23 minuti giocati, ma se lo scorda in veste di simpatico ubriacone?

Anche Gattuso merita una menzione d’onore per la sua autoironia nel momento della festa:

Nel frattempo, al Circo Massimo, la festa fu grandiosa. Roma diventava il cuore di una nazione intera:

Infine, il ritorno degli eroi di Berlino in patria, il giorno dopo:

Certo, l’Italia era campione, ed è quello che conta più di tutto. Ma quell’impresa rappresentò tanto per tutti noi dal punto di vista personale, perché ci aveva fatto passare tante serate di speranza e sofferenza con tutti i nostri amici, nel nostro luogo preferito, con le scaramanzie più assurde. Voi dov’eravate quella sera di Berlino, e dove avete cantato “PO PO PO PO PO” durante le notti magiche del 2006?

Se come noi siete presi da tanta nostalgia, provate a cercare su Kijiji i tanti oggetti che rievocano quella vittoria leggendaria.

Biciclette a scatto fisso: molto più che una “fissa” da hipster

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credits: Jeffrey Smith

 

Passeggiando per le città italiane negli ultimi tempi, è sempre più comune vedere in giro delle biciclette insolite, dalle ruote sottili e senza l’armamentario di cavi che contraddistingue una bici normale, a volte addirittura senza i freni. Stiamo parlando delle bici a scatto fisso, un particolarissimo mezzo di trasporto amato da sempre dagli appassionati di ciclismo e tornato prepotentemente di moda negli ultimi anni.

Le bici a scatto fisso, dette anche semplicemente “fisse” (o fixies per i più anglofili), si distinguono dalle normali biciclette per un solo aspetto tecnico, che comporta però una differenza enorme. Nelle bici fisse la trasmissione è collegata direttamente alla ruota e non ha marce, ma un solo tipo di rapporto. La ruota posteriore quindi si muove di pari passo con i pedali, ed è impossibile “contropedalare” o avanzare per inerzia tenendo i pedali fermi. Di conseguenza, quando si smette di pedalare la bici frena automaticamente.

È facile capire che la fissa non è certo una bicicletta adatta a scampagnate in collina o gite domenicali. Per guidare una bici simile è necessaria una buona dose di agilità e concentrazione, e anche una discreta forza nelle braccia e nelle gambe.

Si tratta di una bicicletta non per tutti, destinata a chi non la considera un semplice mezzo di trasporto, ma una vera e propria passione. Chi passa per la prima volta da una bici classica ad una a scatto fisso, deve superare lo shock iniziale e fare un po’ di pratica prima di riuscire a destreggiarsi con il nuovo metodo di guida e di frenatura.

I risultati però possono certamente ripagare la costanza. Le bici a scatto fisso sono più leggere e maneggevoli delle bici classiche e permettono di muoversi più agilmente nel traffico cittadino. Gli appassionati sostengono che una bici fissa dia maggiore controllo, più sicurezza in città, e permetta di “sentire meglio la strada”.

Non dimentichiamo poi che con una bici fissa si possono fare “numeri” come questi:

Quelli del video sono atleti professionisti, e vi consigliamo di non provare acrobazie come queste se siete meno che esperti. Ma non c’è dubbio che la possibilità di fare trick come quelli del video abbia contribuito al successo attuale delle bici fisse, elevandole al rango di oggetti cool alla pari di skateboard e BMX.

Fino a pochi anni fa le fisse erano usate principalmente da due categorie di persone. Una era quella dei ciclisti professionisti per le gare su pista, in cui le biciclette devono essere rigorosamente a scatto fisso. L’altra era quella dei bike messenger, ovvero i postini/corrieri in bicicletta, un mestiere molto diffuso nelle metropoli americane con grossi problemi di traffico.

È poi grazie alla corrente modaiola degli ultimi anni, ai cosiddetti hipster, che le bici fisse diventano un oggetto di moda. Uno degli oggetti “di una volta” genericamente associati agli hipster, alla pari di vinili, walkman e videogiochi d’annata, sono proprio le bici fisse, di cui i giovani modaioli adorano lo stile retrò e un po’ di nicchia.

Ma le biciclette a scatto fisso non sono certo un semplice accessorio di tendenza. I ciclisti professionisti la usano regolarmente per allenarsi durante l’inverno, e numerosi appassionati nel mondo organizzano raduni e gare semi-ufficiali.

Non mancano poi vere e proprie imprese. Nel 2011 uno studente ungherese ha percorso la strada da Madrid a Budapest in sella ad una bici fissa, un viaggio ripreso interamente nel documentario “Cycle me home”. Nel 2012 invece, Hollywood ha dedicato il film d’azione “Senza freni” alle bici fisse: il protagonista è un bike messenger che scappa dai cattivi di turno proprio a bordo di una fixie.

E per finire, non dimentichiamo che con una bici fissa si può anche ballare:

Vi siete convinti a provarla, o siete già degli appassionati dello scatto fisso? In ogni caso, date un’occhiata alle bici fisse in vendita su Kijiji.