Archivio mensile:giugno 2013

60 Anni di Corvette: la Loro Storia sul Grande Schermo

Questo è il weekend in cui la mitica Corvette festeggia i suoi sessant’anni, una lunga storia di successo che è andata di pari passo con la strada percorsa dalla Chevrolet all’interno della cultura popolare americana.

Mentre, all’atto pratico, il compleanno viene festeggiato con la nuova Stingray e la Corvette 427 Cabrio, presentata al Salone di Detroit, noi vorremmo cogliere l’occasione per celebrare a modo nostro: ricordando le apparizioni cinematografiche che hanno reso questa vettura l’icona che è al giorno d’oggi.

Il conteggio di apparizioni della Corvette sul grande schermo raggiunge quota 1.434, ovviamente non tutte da protagonista: parte della scrematura è dolorosa, ma necessaria.

Il ruolo più predominante di una Corvette in un film è in una pellicola del 1978, ormai scordata da molti: L’estate Della Corvette racconta le storie di Kenny (interpretato da Mark Hamill, Luke Skywalker di Star Wars), studente appassionato di auto, la cui Corvette modificata viene presto rubata. Quale luogo più avventuroso di Las Vegas, quindi, per poter ritrovare la sua Stingray del 1973?

 

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Stesso anno, film diverso e che ha lasciato un segno più netto nella storia del cinema: inconfondibile la Corvette C1 di Animal House, guidata da Eric “Otter” Stratton (Tim Matheson). Guidarla non gli porterà però così bene: una volta arrivato al Rainbow Motel, Otter cadrà vittima di quella famosa imboscata di Greg e compagnia bella. Ma ciò non toglie nulla allo splendore vintage di quest’auto:

 

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Photo Credits: Thibault Le Mer

 

Andando avanti un paio di decenni, un altro ruolo indimenticabile per una Corvette è in Austin Powers: La Spia Che Ci Provava, in cui fu scelta un americanissima G2.

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Poi ci terremo anche a citare Rush Hour del 1998, dove il detective Carter girava su una 72 Stingray, che potete ammirare brevemente in questo video:

 

 

Infine, menzione d’onore per Transformers in cui, dopo La Vendetta del caduto del 2009, dove spiccava una concept Corvette Stingray color argento, per il prossimo episodio è attesa una  Corvette Stingray verde elettrico.

Ma con più di 1400 apparizioni di una Corvette, siamo sicuri ce ne siano tante altre che varrebbe la pena ricordare: voi quali sapreste ricordare? Chissà che non sappiate trovarle su Kijiji: ci sono ben 54 modelli in vendita!

 

Biaggi contro Rossi: Battaglie in Moto ai Limiti del Regolamento

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credits: GOGO VIsual, motoracereports

 

L’uno era il campione affermato, il vecchio drago che aveva già sputato fuoco in mille battaglie in precedenza. L’altro era il nuovo che avanzava, il giovane dal talento cristallino, un po’ sfacciato, fuori da ogni regola e senza rispetto per le gerarchie.

Il duello tra Biaggi e Rossi, grande leitmotiv del motociclismo a cavallo tra anni ’90 e primi anni del nuovo millennio, ha incollato gli italiani davanti ai grandi schermi come pochi altri nel corso della storia. A qualche anno di distanza, fa strano sentire i toni sportivi che regnano nelle interviste più recenti: soltanto qualche mese fa, Biaggi ha dichiarato che il suo erede in Superbike, dopo il ritiro, potrà essere soltanto Valentino Rossi.

Tutta un’altra vita, rispetto a quello che succedeva nel 1997, quando, alla domanda se fosse lui il Biaggi della 125, Rossi rispose che, al massimo, Biaggi era il Rossi della 250.

Da lì in poi fu un tripudio di scontri dentro e fuori la pista. Si cominciò con la famosa bambola che Valentino portò con sé nel giro d’onore (a proposito, vi ricordate la Polleria Osvaldo?), bambola che fu rinominata Claudia Skiffer per provocare l’acerrimo rivale che, all’epoca, aveva una storia d’amore con Naomi Campbell.

Tutto qui? No, anzi, questo era soltanto l’inizio: fino al 2000 non ci fu nemmeno un confronto su pista, perché i due erano in categorie differenti. Nel 1997 Biaggi aveva vinto il suo secondo mondiale di fila in sella ad Aprilia, mentre Valentino si era imposto in 125 col suo primo titolo iridato.

Nel 1998 nessuno dei due ebbe poi troppa fortuna: Rossi arrivò dietro a Capirossi nella classifica finale, mentre Max finì l’annata a 52 punti di distanza da Mick Doohan.  Passato alla Yamaha l’anno dopo, Biaggi fallì la stagione completamente, mentre Valentino seppe imporsi in 250 con 9 vittorie.

A quel punto la dinamica era segnata: la stella nascente di Valentino si apprestava allo scontro in pista, nel 2000, contro un Biaggi non più in forma come ai bei tempi. L’esito fu prevedibile ma clamoroso: Biaggi terzo nella classifica finale, e Rossi iridato alla sua prima stagione in 500. Roba da cambiare le gerarchie in un colpo solo.

L’apice dello scontro arrivò, inevitabile, nel 2001, quando Biaggi infastidì Rossi col gomito durante un sorpasso, facendolo uscire di pista. Ripresosi dalla sbandata, Valentino passò di nuovo Biaggi e gli mostrò un bel dito medio. Inequivocabile, come la bile che scorreva a fiumi tra i due piloti.

Come se ce ne fosse bisogno, qualche mese dopo la rissa fu fisica: il fattaccio ebbe luogo a Barcellona, gara vinta da Rossi davanti a Biaggi e Capirossi. Nella scaletta che separava i piloti dal podio, Biaggi spinse il manager di Rossi, Badioli, causando una reazione a catena con vera e propria scazzottata tra i due piloti italiani.

Da lì in poi la rivalità continuò ancora per qualche altro anno, con la tensione che tornò alta a Donington nel 2002, dove Biaggi superò pericolosamente ad alta velocità un Rossi che stava festeggiando la vittoria a mani distanti dal manubrio. L’ultima sfida si consumò poi nel GP del Mugello del 2005, in cui Rossi prevalse ancora, al termine di un altro avvincente duello.

A qualche anno di distanza da quelle sfide, sembrerebbe facile dire che il tempo abbia dato ragione a Rossi, capace di vincere il mondiale ininterrottamente dal 2001 al 2005, ovvero per tutto il periodo della rivalità su pista col pilota romano.

Eppure, da alcuni addetti ai lavori, Biaggi è tuttora ritenuto più abile di Valentino. Il motivo per cui non ha saputo imporsi in quegli anni è, secondo loro, da attribuire alle moto meno performanti di cui disponeva. Da non scordare, infine, le vittorie di Biaggi nei mondiali Superbike nel 2010 e 2012, a ben 41 anni di età.

E voi, da che parte state, chi è il vero vincente tra i due? Quel manico di Valentino, o Max la vecchia volpe?

Per ricordare tutto di quelle grandi sfide, cercate tra i tanti oggetti di Biaggi e Rossi in vendita su Annunci.

Giocare Con un Computer nel 1998: la Top 5 dei Nostri Ricordi

Se anche voi, come noi, siete stati appassionati di tecnologia fin da piccoli, vi ricorderete cosa voleva dire usare un computer negli anni ’90. Come dimenticare infatti gli ingombranti monitor e le prime avventure su Internet, gli interminabili minuti ad aspettare che la connessione 56k caricasse una singola pagina? E quel rumorino che faceva il modem prima di connettersi, scommettiamo che qualcuno ce l’ha ancora in testa…

 

Vi potrebbe sorprendere quindi sapere che sono passati già 15 anni dall’uscita di Windows 98, lo storico sistema operativo della Microsoft che proprio oggi festeggia il suo anniversario. Incredibile, vero? Eppure sembra ieri che usavamo questo software per esplorazioni del web e grandi sfide con i videogiochi…

Per questo oggi abbiamo deciso di festeggiare il compleanno di Windows 98 ricordando quelli che secondo noi sono stati i 5 migliori videogame di quell’anno magico per la storia del gaming, giochi che hanno segnato una generazione.

 

1)      Fifa: Road to World Cup 98

Il top assoluto dei giochi di calcio degli anni ’90. Quando uscì, nel 1997, portò con sé una serie di innovazioni tale da lasciare tutti a bocca aperta. Già il suo predecessore Fifa 97 aveva fatto fare il grande salto ai videogiochi di calcio, passando dalla grafica piatta al 3D, ma con il 98 la grafica raggiunse livelli altissimi per l’epoca, riuscendo per la prima volta a personalizzare l’aspetto di ogni singolo giocatore. Fifa 98 rispecchiava in pieno lo spirito del grande calcio degli anni ‘90 e dello sfortunato mondiale francese del 1998, includendo tutte le 172 nazionali iscritte alla FIFA. Indimenticabile poi la colonna sonora, con la mitica “Song 2” dei Blur diventata poi “la canzone di Fifa 98” per una generazione di videogiocatori.

 

2)      La Maledizione di Monkey Island

Attenti, una scimmia a tre teste! Di episodi la serie di Monkey Island ne ha ben più di tre, ma noi ci terremo a ricordare La Maledizione di Monkey Island, la puntata che girava su tanti di quei computer con Win 98 appena installato. Parliamo qui di un 2D cartonato di classe sopraffina: quelli erano i bei tempi in cui un videogioco poteva essere qualcosa a metà tra un puzzle, una commedia e un gioco di ruolo, pur stimolando l’immaginazione e catapultandoci (spesso letteralmente) nel bel mezzo dei Caraibi. La Maledizione di Monkey Island fu l’apice del motore grafico SCUMM della Lucas Arts, che faceva del “point and click” col mouse la sua religione: niente tastiera, per fortuna. Con una sceneggiatura da Oscar e battute da morire dal ridere, questo resterà per sempre uno dei videogiochi più intelligenti mai prodotti…anche se un pirata, con qualunque nome lo chiami, resta sempre puzzolente.

 

3)      Baldur’s Gate

Se in qualche momento della vostra vita avete giocato a Dungeons and Dragons, vi ricorderete quei momenti passati a sognare ad occhi aperti dei pericolosissimi mondi fantasy che erano vivissimi nella vostra immaginazione. Ecco, Baldur’s Gate rappresentava il momento in cui quei sogni diventavano qualcosa di tangibile: questo era un elaboratissimo gioco di ruolo che rifletteva nel modo più fedele possibile le regole della versione cartacea di D&D. Un’odissea in 5 CD Rom, Baldur’s Gate ci portava ad esplorare la Sword Coast partendo dal livello 1, in cui ci era difficile sopravvivere ad un attacco di un goblin, fino al livello 7, che ci lasciava tanta voglia di continuare a crescere…ma per questo  bastò aspettare un paio d’anni con Baldur’s Gate 2: Shadows of Amn, un altro capolavoro di casa BioWare.

 

4)      Resident Evil 2

Il videogame preferito dagli appassionati di horror degli anni ’90. Seguito del primo capitolo uscito due anni prima, Resident Evil 2 fu un gran successo di pubblico, permeato da un’atmosfera da brividi, violenza in abbondanza, ma anche di numerosi riferimenti ai film horror classici, da “Shining” agli zombie movies di Romero. Resident Evil è stata la prima serie del genere survival horror, basatasulla sopravvivenza del protagonista in un clima di paura e tensione, in cui zombie e non morti di vario genere la fanno da padrone. La serie di Resident Evil ebbe poi un impatto tale da far ritornare in voga gli zombie tra gli appassionati dell’horror, tanto da ispirare anche una serie di film di enorme successo. Piccola curiosità: Resident Evil 2 incassò più soldi di qualunque film hollywodiano nel weekend di uscita, fatta eccezione per Titanic.

 

5)      Starcraft

I giochi di strategia negli anni ’90 erano cosa per gli appassionati di storia. Roba per fan di Age of Empires, tanto per intenderci. Ecco, la Blizzard è una casa che ha cambiato questa tendenza nettamente, grazie a Warcraft prima e Starcraft poi. Con ambientazioni futuristiche ed una storyline molto forte, il genere strategico non restò più lo stesso dopo Starcraft. Qui si combatteva per il controllo della galassia, tra umani, Zerg e Protoss, ognuna con le sue unità e abilità specifiche, eppure molto equilibrate tra di loro al momento dello scontro. Con multiplayer e map editor, inoltre, la longevità di questo gioco seppe andare ben oltre quella di uno strategico medio di quegli anni.

 

Al termine di questo viaggio nel gaming anni ’90, ci teniamo comunque a specificare che questi sono solo alcuni dei nostri giochi preferiti di quei tempi: se voi ne avete altri, siete liberissimi di segnalarceli, e se pensate di giocarci ancora una volta per rivivere quelle vecchie avventure non vi resta che controllare la sezione videogame di Kijiji!

50 anni di VHS: facciamo un rewind tra successi e fallimenti

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Tanti sono gli oggetti caratteristici degli anni ’80 e ’90 a cui ripensiamo con nostalgia, ma tra questi pochi hanno avuto un ruolo così speciale nella cultura e nella società degli ultimi decenni come quelli che vogliamo ricordare oggi. Stiamo parlando delle VHS, le mitiche videocassette che ci hanno fatto passare serate e pomeriggi indimenticabili incollati davanti al televisore di casa.

Le VHS (sigla che sta per Video Home System) tornano oggi alla ribalta grazie ad un anniversario speciale, ovvero i 50 anni del videoregistratore. Nel 1963, infatti, la piccola società britannica Nottingham Electric Valve Company presentò al pubblico uno strano apparecchio chiamato Telcan (dall’inglese “television in a can”, cioè “televisione in barattolo”), che era in grado di registrare 20 minuti di video per ogni lato di una cassetta, rigorosamente in bianco e nero.

Il pubblico all’inizio rimase indifferente a questo primo prototipo di videoregistratore, anche per via del suo prezzo elevato, ma con l’arrivo di nuovi modelli sempre più economici e sviluppati il VHS riscosse un clamoroso successo, riuscendo infine ad entrare nelle case di milioni di famiglie in tutto il mondo.

In 50 anni di storia le videocassette ne hanno viste di ogni tipo: dal boom dell’home video negli anni ’80 fino al declino degli ultimi anni, passando per vere e proprie “guerre” tra videocassette. Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, infatti, ebbe luogo la cosiddetta “guerra dei formati delle videocassette” tra le Betamax prodotte dalla Sony e le VHS lanciate dalla JVC, in cui le due compagnie giapponesi cercarono di dominare il mercato e stabilire quale formato sarebbe diventato lo standard per i registratori di tutto il mondo.

Alla fine la spuntarono le VHS, e da allora per 20 anni spopolarono in tutto il mondo. Milioni di famiglie si emozionarono, risero e si commossero davanti ad un film, per la prima volta non in un cinema, ma seduti sul divano di casa.

L’home video infatti fu una vera e propria rivoluzione non solo per il mondo della tecnologia, ma anche per le abitudini degli italiani. Il rituale della visione di una cassetta era quasi sacro, per non parlare delle escursioni ai negozi di videonoleggio, dove si dovevano esaminare con cautela scaffali e scaffali per scegliere il film con cui passare la serata.

E che dire poi dei delicatissimi momenti in cui si registrava qualcosa dalla televisione, in cui era necessario un perfetto tempismo per interrompere la registrazione durante la pubblicità, ricordandosi sempre di riavvolgere la cassetta alla fine?

Oggi tutti questi rituali sembrano venire da un’altra epoca, abituati come siamo a DVD e film in streaming. Già nel 2003, l’anno in cui le vendite di DVD superarono ufficialmente quelle di VHS, tanti consideravano già le videocassette un mezzo obsoleto e destinato a scomparire.

In realtà, i nostalgici delle VHS oggi sono molti di più di quelli che si possa pensare. Molti sono ancora restii ad abbandonare la loro collezione di cassette e il vecchio videoregistratore, ma esistono pure diversi collezionisti di VHS d’annata, disposti anche a pagare cifre di tutto rispetto per un pezzo particolarmente raro.

Non dimentichiamo poi che molti film usciti in videocassetta non sono mai usciti in DVD, e chi possiede uno di questi titoli può avere tra le mani una piccola fortuna. Tra i collezionisti poi, sono molto in voga soprattutto i film horror di serie B, a causa dell’aspetto più “autentico” e low budget dato dal VHS, e le collane di film della Disney (a proposito, lo sapevate che “Il Re Leone” è il film in cassetta più venduto di sempre?).

Se anche voi pensate di avere tra le mani una videocassetta rara, o se semplicemente volete riassaporare lo spirito dei film di una volta, date un’occhiata alle migliaia di VHS in vendita su Kijiji.

I Vinili: Tutti i Motivi Di Un Grande Ritorno

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Molti ritorni di fiamma di oggetti di epoche passate possono essere visti alla stregua di vere e proprie mode. Questi ritorni spesso si rivelano fuochi di paglia, perfetti per chi ama cambiare il proprio stile ogni stagione. I capi d’abbigliamento, le scarpe, gli occhiali da sole sono infatti oggetti che conquistano il nostro guardaroba per periodi relativamente brevi.

E poi ci sono oggetti che nascondono altre storie, significati e modi di vivere: molti di questi non se ne andranno mai. Impossibile non pensare alle auto e moto d’epoca, che nel corso degli anni hanno avuto un seguito costante di appassionati, e riscuotono l’interesse anche dei non addetti ai lavori per le loro linee senza tempo.
A metà tra questi due estremi, le mode e gli oggetti senza tempo, si collocano oggetti il cui successo è più difficile interpretare. Dove si collocano i vinili che, in questi anni dove la musica digitale ha preso il sopravvento, hanno fatto un incredibile ritorno in termini di popolarità?
Se guardiamo i dati di vendita, il rinnovato successo dei vinili sembrerebbe quasi stupefacente.

 

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In parole povere, a livello mondiale si è passati da 300.000 copie vendute nel 1993 a 3.6 milioni nel 2011. Alla base del boom, noi crediamo ci sia una riscoperta del significato di questa piattaforma.
Forti di un suono spesso definito caldo, più vero, per molti i vinili sono sinonimo di quel brusio di fondo che scatta poco prima che l’ago del giradischi tocchi la prima traccia. I vinili sarebbero quindi il simbolo della musica più sentita e tangibile.

Ci sono motivi tangibili per cui I vinili sanno riprodurre il suono più fedelmente: la risoluzione di un CD è più limitata di quella di un vinile, nel modo in cui il suono viene digitalmente “approssimato” in sequenze numeriche. Al contrario, nell’analogico la superficie del vinile viene modellata in base alle variazioni in pressione dell’aria del suono originale: è come se sul vinile rimanesse una traccia del momento in cui si è registrato quel suono.
L’istante viene scolpito nel tempo e nella storia: e che istante, se pensate a quando i Beatles si erano riuniti dentro le stanze di Abbey Road, piuttosto che Elvis o Johnny Cash al Sun Studio di Memphis!

Eppure, spesso, queste finezze sonore del vinile non interessano neanche più di tanto ai vari possessori dei dischi di una volta: molte delle differenze tecniche dovute alla registrazione non sono percebili dall’orecchio umano.
C’è, però, un altro motivo, quello più immediato, per cui crediamo valga la pena riscoprire già da ora le migliaia di dischi in vendita su Kijiji. Parliamo delle copertine e dei libretti, spesso delle vere e proprie opere d’arte che si estendono su superfici molto più grandi dei libretti dei CD.
A testimonianza del loro rilievo nel mondo discografico, c’è un Best Vinyl Award che si ripete ogni anno, in cui vengono votate le migliori copertine dell’anno.

E su Youtube fioccano i video dedicati alle migliori copertine di vinili: noi abbiamo particolarmente apprezzato quello a seguito. Cambiereste qualcosa in quella classifica, o potete già trovare la vostra copertina preferita?

Il Supereroe Torna in Città!

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photo credits: Katherine Johnson

 

Dopo una lunga attesa fatta di rumors, foto e trailers che non hanno fatto altro che accrescere la curiosità dei fan, è arrivato il grande giorno: le avventure di Clark Kent, il più famoso giornalista del Daily Planet, ritornano sul grande schermo.

 

La Storia

Il grande ritorno arriva esattamente 10 giorni dopo i festeggiamenti per il 75° compleanno: fu infatti il 10 giugno 1938 che Kent (Superman nel tempo libero) fece il suo ingresso nella storia grazie alla DC Comics e alla pubblicazione delle sue avventure su Action Comics.

Il primo supereroe nella storia dei fumetti, Superman nacque in realtà da un’idea degli amici Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1932. I due stavano lavorando per una fanzine di fantascienza, che gli diede la possibilità di osservare il pubblico e di capire che i racconti di mondi lontani, i personaggi con poteri straordinari capaci di viaggiare nello spazio affascinavano moltissimo i lettori.

Eppure il loro primo Superman non era un eroe positivo, ma un cattivone pelato e telepatico che voleva conquistare il mondo. Fu qualche mese dopo che Siegel pensò di rimodellare il personaggio e farlo diventare un esempio positivo, un eroe ispirato alla tradizione epica.

Anche se il nuovo Superman aveva certamente un’attrattiva maggiore del precedente, non fu facile convincere le case editrici: nei sei travagliati anni che separano la nascita di Superman dalla sua pubblicazione su DC Comics (1938), Shuster arrivò addirittura a bruciare una copia di prova del fumetto, tanta era la sua frustrazione.

Va poi notato che le prime uscite dei fumetti Action Comics non erano interamente dedicate a Superman, e contenevano le storie di altri personaggi  quali Tex Thompson (Mr. America), Vigilante, Congo Bill e Tommy Tomorrow. Fu solo dal 1959 che il supereroe conquistò tutto lo spazio di Action Comics.

Proprio ripercorrendo i tanti anni che ci separano da quei giorni, un lungo periodo in cui Superman si è imposto come vera e propria icona della pop culture, Comics Book Resources ha fatto scegliere ai lettori le migliori 75 avventure del celebre Supereroe.

Vincitore è “Whatever Happened to the Man of Tomorrow?”, uscito nell’86:

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Al secondo posto si piazza “For the Man Who has Everything?” (1985)

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Infine, medaglia di bronzo per All-Star Superman (2006-08)

 

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Il presente di Superman

A guardare bene la classifica, si capisce come questa sia una serie di fumetti che deve gran parte del suo successo a episodi piuttosto recenti, e quindi capace di avere un appeal tutto contemporaneo.

Sfruttando al meglio questa situazione in L’Uomo d’Acciaio, il regista Zack Snyder ha fornito un ritratto piuttosto tradizionale di Superman, spiegandone il passato e mostrando i suoi superpoteri senza risparmiare gli effetti speciali.

A sua volta, Snyder era stato scelto dal produttore Christopher Nolan perché, secondo quanto svelato al New York Times, il regista ha un’ “attitudine innata nel trattare i supereroi come personaggi reali”.

Accanto al protagonista, Henry Cavill, troverete poi due attori importanti: Russell Crowe interpreta Jor-El, ovvero il padre kryptoniano, mentre Kevin Costner è il padre adottivo sul pianeta Terra.

Infine, bisogna tenere a mente che Henry Cavill non è stato la prima scelta per il ruolo di Superman. Nonostante fosse già stato contattato per il precedente film, Superman Returns, Warner Bros aveva già chiesto a diversi attori prima di arrivare a lui: Matthew Goode, James Holzier, Armie Hammer, Matt Bomer, Joe Manganiello, Colin O’Donoghue e Zac Efron.

Come si è arrivati dunque alla scelta di Cavill? Decisivo è stato lo stesso Snyder, nel convincere la Warner a scegliere il primo attore non americano (Cavill è inglese) per interpretare Clark Kent.

Ripagando la fiducia concessagli, da grande appassionato di fumetti della DC qual è, si dice che l’attore britannico abbia poi letto un’enorme quantità di fumetti di Superman per calarsi meglio nel ruolo. Sarà abbastanza per allontanare lo spettro delle altre prime scelte? Ce lo direte voi stasera dopo la proiezione!

E se anche voi siete in clima Superman e siete in cerca dei tanti gadget sul suo mondo, fate un giro su Kijiji: tra fumetti, litografie, film e videogiochi troverete di tutto! 

Holly e Benji: crescendo palla al piede

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Su internet se ne parla spesso perché le loro partite erano infinite, i campi erano, secondo accreditati studi, lunghi 17 km, e la velocità di corsa media dei giocatori superava i 50km/h. Per molti gli sfottò sono spontanei: solo pensare a quanto prendessimo sul serio questo cartone animato tanti anni fa può sembrarci qualcosa di assurdo.

Ma Holly e Benji era un cartone di culto anche e soprattutto nel modo in cui ha reso il calcio qualcosa di eccezionale e diverso davanti agli occhi dei bambini degli anni ’80 e ‘90. Fosse stato troppo realistico, avremmo semplicemente preferito guardare una replica di Novantesimo Minuto, piuttosto che un cartone sulle fortune e sfortune calcistiche di ignote squadre giovanili giapponesi.

E se con un pallone vero ai piedi andavamo al massimo a giocare con i pulcini, e lo spettacolo del calcio vero era cosa da adulti, Captain Tsubasa (così si chiamava Holly nella versione nipponica) sapeva farci sentire dei piccoli campioni, contando anche sul “professionale” commento di Sergio Matteucci di Tutto il Calcio Minuto per Minuto.

Strano ma vero, il calcio professionale ha davvero a che fare con Holly e Benji: proprio di recente Fernando Torres, campione del mondo e d’Europa con la Spagna, ha confessato di aver cominciato a tirar calci a un pallone proprio grazie ad Holly e Benji. E tra gli altri, anche leggende come Hidetoshi Nakata e Alessandro Del Piero hanno ammesso di essere stati piccoli fan di questo cartone.

I legami di Holly e Benji col mondo del mondo del pallone sono però a doppia direzione, in quanto molti dei suoi personaggi furono ispirati da veri calciatori che fecero la storia: in una recente intervista al quotidiano La Stampa, Yoishi Takahashi, disegnatore del fumetto e dell’anime, ha svelato chi erano i veri calciatori che si celavano dietro ad ognuno di quei giovani campioni.

Tra gli altri, Benji era ispirato al leggendario portierone Dino Zoff, mentre Julian Ross, da molti ritenuti il più talentuoso di questi ragazzi prodigio, prendeva ispirazione dalle gesta di Johan Crujiff e dal calcio totale olandese.

Proprio i personaggi, secondo noi, sono quelli che hanno fatto la fortuna di questa serie, trasmessa in Italia a partire dall’86. Ricordiamo con particolare nostalgia la mitica “catapulta infernale” dei Fratelli Derrick, che sapevano come trasformare il campo da calcio in un circo su erba.

E che dire di Mark Lenders, l’acerrimo nemico di Holly, un po’ calciatore un po’ ragazzo di strada, e i suoi allenamenti durissimi in riva al mare?

A farne le spese fu un’aquila reale…

E poi Tom Becker, che sapeva mandare in goal Holly come nessun altro: in questo episodio la loro collaborazione arriva ai massimi livelli.

Infine, l’unico che sapesse tenere il confronto con Holly per quanto riguarda classe e talento offensivo, Julian Ross. Per rivederlo in tutto il suo splendore, guardatelo all’opera in questa puntata:

Secondo voi, chi era il giocatore più forte? Forse uno di quelli che abbiamo citato, o ricordereste anche i grandissimi portieri Ed Warner e Benji Price, piuttosto che i gregari di lusso, Philip Callaghan e Denny Mellow?

Se tutt’a un tratto vi è venuta nostalgia di quelle merende davanti a Bim Bum Bam e Holly e Benji, andate dritti su Kijiji per trovare tantissimi fumetti, DVD e collezioni intere di questa serie!

14 giugno 1998: Michael Jordan e un tiro per la leggenda

Credits: Cliff

Credits: Cliff

 

Chi ha vissuto gli anni ’90 ed è cresciuto a pane, nutella e basket, sa bene di essere fortunato.

Poter vivere il decennio che ha cambiato la storia di questo sport in modo irreversibile è qualcosa di cui andare fieri. E raccontare le imprese di Michael Jordan ai propri figli, è qualcosa più di un onore: è un privilegio.

Ecco, tra le tante imprese di una carriera leggendaria, quella che ricordiamo con più emozione risale a un giorno di giugno di quindici, ormai lontani, anni fa. Quei quattro quarti infuocati di gara 6 al Delta Center di Salt Lake City erano infatti destinati ad essere scolpiti nella storia.

Nella tana di Utah, entrambe le finaliste si erano presentate con un macigno di responsabilità sulle spalle.

Gli arrembanti Jazz, gli outsider un po’ freddi, un po’ ingegneri, che basavano sulla martellante combinazione Stockton-to-Malone, ormai oliata da anni, sentivano che quello era l’anno buono.

Doveva esserlo per forza, visto l’amaro epilogo nella finale dell’anno precedente, persa, manco a dirlo, contro i Bulls di Jordan e Pippen. Questo era l’anno della rivincita. E i segnali, all’inizio, erano quelli giusti: i Jazz combatterono alla pari per le prime due partite, giocate in casa, tenendo la serie sull’1-1. I primi problemi però spuntarono a Chicago: persa gara 3 in modo disastroso (con soli 54 punti, i Jazz avevano segnato il minimo storico di punti in una finale NBA) , e arresisi anche in gara 4, i Jazz sembravano già spacciati. Eppure la gara 5 fu una sorpresa, con l’inattesa vittoria in trasferta e Jordan che fallisce l’ultimo tiro proprio sul più bello.

A quel punto, per i Jazz, non restava che dare l’anima in gara 6, sperando di riacciuffare la parità e l’inerzia della serie. Ma, come ogni toro ferito in una corrida, i Bulls erano duri a morire. Il miglior team che ha mai calcato un parquet americano, quel quintetto base con Harper, Jordan, Kukoc, Pippen e Rodman, era arrivato a Utah sapendo che stava tramontando un’era. Jordan e soci avevano già vinto 5 degli ultimi 8 titoli, e la voglia di rivalsa dei Jazz nella loro stagione perfetta poteva ancora far paura ad una squadra che, se fosse stata fatta di comuni mortali, sarebbe già stata sazia di vittorie.

Oltre a tutto questo, nella torrida aria estiva di Salt Lake si respirava già una strana atmosfera autunnale, di quelle un po’ tristi e nostalgiche: tutti gli addetti ai lavori sapevano già del definitivo addio di MJ e Phil Jackson, il braccio e la mente di questa franchigia, a fine stagione. L’NBA sarebbe ripartita a settembre senza un pezzo di cuore.

Un momento, però: se volete rivivere il film di quella gara 6 non servirebbe a un bel nulla il nostro resoconto. Prendete un DVD da Kijiji, o magari una VHS se vi sentite un po’ più vintage. Altrimenti cercate un video su Youtube. Le parole non farebbero giustizia alla tensione prolungata di quei 48 minuti.

Ma quel tiro di Jordan, quel gesto di grazia, quello che c’era dietro, vale la pena interpretarlo. O almeno provarci.

Cominciate il video magari da quel 00.25, momento in cui anche un profano capirebbe che Jordan, spesso presentato come giocatore di attacco piuttosto che di difesa, in realtà era un giocatore totale.

Ruba lui stesso la palla dalle manone di Karl Malone, e non è un caso: suo fu il record dei Bulls di quell’anno per le palle rubate, e nei rimbalzi difensivi era secondo solo a Denis Rodman, dominatore incontrastato dei tabelloni. Ammirate la rabbia agonistica con cui lo fa, magari. Vedrete già da lì che Michael vuole andare fino in fondo.

Giunto dall’altra parte, a difesa ormai schierata, c’era ad attenderlo Byron Russell. Non l’ultimo arrivato, uno che, spalle al canestro, sapeva ringhiare. Ma MJ ha il copione più crudele già scritto in mano, ed è pronto a consegnarlo ai posteri con la grazia di una ballerina.

Affondo verso destra, piegato in avanti come se stesse per andare fino in fondo. Tre palleggi, cinque passi, piede destro che tutt’a un tratto si arresta. Totalmente inatteso. Praticamente un perno all’indietro. Un colpo di genio che accovaccia Russell a terra come un bambino. E poi un arresto e tiro da fondamentali, da Bibbia del basket. Un cioff inequivocabile, fragoroso come un tuono.

Jordan da solo, un uomo pronto al ritiro, col peso del fallimento di gara 4 dentro di sé, ha spazzato via in pochi secondi, uno ad uno, prima Malone, poi Russell, poi quel John Stockton che ha provato e fallito la tripla nei 5 secondi e poco più che restavano ai Jazz.

Quei secondi raccolgono tutta l’anima del basket e dello sport in genere. Spiegano la differenza tra i vincenti, Jordan, e i perdenti di lusso, come Stockton e Malone. Spiegano cosa sia la responsabilità, cosa sia la grazia sportiva e la voglia di vincere. E spiegheranno, con una facilità incredibile, la leggenda di Jordan ai vostri figli.

Il Super Liquidator e le battaglie infinite sotto il solleone

Ora che le ondate di calore si apprestano ad arrivare, viene spontaneo pensare alle nuotate al mare e ai tuffi al lago. Il problema è che non è così facile fare un salto in spiaggia quando si vive in città o si lavora tutto il giorno.

Eppure c’era un periodo della nostra gioventù in cui non bisognava abitare vicino alla costa per rinfrescarsi la testa. Di quei tempi, bastava qualche amico, una pistola di plastica e un rubinetto per fare partire una freddissima battaglia all’ultimo getto d’acqua.

Il Super Liquidator era d’obbligo nelle lunghe estati degli anni ’90, ma i suoi antenati erano le antiquate pistole ad acqua degli anni ’60, con modelli dallo spruzzo la cui potenza non era minimamente avvicinabile a quella del Liquidator.

In realtà, il Liquidator aveva un getto monstre anche rispetto alle pistole ad acqua della concorrenza in commercio nei primi anni ’90.  Non è quindi un caso che l’inventore di questa “super pistola” sia un ex-ingegnere della Nasa, Lonnie Johnson.

Quella del Super Liquidator (Super Soaker nella versione americana) fu una storia travagliata: Johnson aveva infatti ottenuto il brevetto per la sua nuova invenzione, un prototipo di plexiglas con una camera ad aria, nel 1982.

Il meccanismo prevedeva un pistone esterno, che andava utilizzato come una pompa per accumulare pressione all’interno della pistola. Sfruttando l’aria compressa, il getto di oltre 2 metri era molto più potente di quanto si fosse finora visto nel mercato delle pistole ad acqua.

I problemi, per Johnson, non erano quindi legati alla bontà del prodotto, ma piuttosto alle difficoltà dei produttori da lui contattati: Daisy prima e LJN Toys poi non riuscirono a portare a compimento il progetto, anche visti i problemi che i produttori di pistole giocattolo avevano nei confronti dell’opinione pubblica americana. In quegli anni, infatti, alcuni controversi episodi videro dei poliziotti sparare a bambini che giocavano con semplici pistole giocattolo.

L’anno cruciale fu poi il 1989, in cui Larami Toys si prese la briga di rilanciare il prodotto di Johnson con qualche piccolo cambiamento che lo rendeva più capiente e facile da produrre. Fu poi nel 1992 che il Super Soaker raggiunse il top delle vendite tra i giocattoli americani.

Nel frattempo, il primo modello era anche arrivato sul mercato italiano dal 1991: parliamo dell’ormai storico Super Liquidator 50 (qui ritratto nella versione americana).

super liquidator

Per i due decenni successivi, vari modelli di Liquidator si sono susseguiti ogni estate, pronti a “rinfrescarci” le idee in grandi sfide nella canicola estiva.

Facile rivedere in molti di essi delle caratteristiche comuni: troviamo per esempio lo stile “Rambo” che invece delle munizioni prevede dei serbatoi ergonomici per non rimanere senza scorte di acqua:

liquidator hydro pack

Mentre più di recente sono usciti modelli davvero ingombranti: soltanto per portarli, serviva piuttosto il fisico di Rambo!

liquidator enorme

Infine, menzione d’onore per il CPS 2000 Mark 1: il più potente Liquidator mai prodotto sapeva colpire a oltre 10 metri di distanza.

super liquidator

 

E voi, quale modello sceglievate per sfidare i vostri amici?

Se è in cantina inutilizzato da tempo, non vi resta che rispolverarlo. Se invece siete spaventati all’idea di bagnarvi da testa a piedi, provate a metterlo  in vendita su Kijiji per i tanti nostalgici come noi!

Delorean DMC-12: tra fallimento e leggenda

delorean

Dunmurry, un grigio e sperduto sobborgo di Belfast (Irlanda del Nord), è forse l’ultimo posto al mondo in cui vorreste sfrecciare a bordo di una futuristica auto da corsa. E, con ogni probabilità, solamente ripensando alla gloriosa tradizione motoristica dell’Irlanda del Nord, vi verrebbe da ridere sotto i baffi.

Ma il fatto che una delle auto più insolite, uniche e dalla storia più contorta del mondo dell’automobilismo sia stata assemblata proprio qui, secondo noi non è un caso.

Con il suo status di outsider leggendario, la DeLorean DMC-12 non poteva che venire dalla periferia dei grandi regni automobilistici europei.

Americana nello spirito intraprendente e spericolato del suo fondatore, John DeLorean, questa macchina non era certo nata sotto una buona stella: la produzione iniziò ben cinque anni dopo la presentazione del primo prototipo, e si stimava che l’investimento iniziale di 100 milioni di sterline avesse misere possibilità di riuscire, attorno al 10%.

Quanto durò quindi la produzione della DeLorean? Poco, anzi, pochissimo: da inizio 1981 fino agli ultimi mesi del 1982, meno di due anni in cui furono prodotte circa 9200 unità. I pezzi rimasti nella linea di montaggio furono poi inviati per qualche motivo a Columbus, nell’Ohio, dove furono smerciati per il mercato americano.

Tutto finito qui? No, perché quella macchina dalle forme fantascientifiche si trasformò abbastanza presto in macchina del tempo…

Nel 1985 John DeLorean era appena uscito da un processo per traffico di droga, innocente ma certamente provato, e il suo grande sogno era ormai svanito con la chiusura della fabbrica nordirlandese.

Eppure ci fu un lampo che valse forse tutta la fatica e le delusioni della carriera di questo ingegnere-sognatore.

Fu infatti in quel lontano 1985 che uscì Back to the Future, e tutto il resto fu storia. Anzi futuro, dato che quella magica macchina sapeva portare Doc e Marty avanti e indietro nel tempo dal 1985 al 1885 e al 2015, grazie a 1,21 gigawatt di elettricità prodotti da reazione nucleare.

 

A quel punto il grande sogno di John DeLorean si era in qualche modo avverato: “Grazie per aver tenuto in vita il mio sogno. Forse la metà dei proprietari di DeLorean ha scelto questa macchina proprio dopo aver visto Ritorno al Futuro”, avrebbe scritto il vecchio ingegnere al sceneggiatore del film, Bob Gale.

Certo, forse guidare una “vera” DMC-12 non è come mettersi al volante di una macchina a reazione nucleare, ma per ritornare indietro negli anni e a tutti i ricordi della vostra gioventù, provate a fare un pensierino a questa Delorean che trovate su Kijiji. Con le sue inconfondibili portiere ad ali di gabbiano magari non vi porterà nel futuro, ma un tuffo nella vostra gioventù ve lo farà fare sicuramente.