Archivio mensile:maggio 2013

ciao piaggio

Il Ciao Piaggio: storia e curiosità del motorino più spartano

ciao piaggio

Photo: Roberto Ferrari

Non serviva la patente e bastava avere 14 anni per saltare in sella a questo due ruote che ci permetteva di raggiungere la strabiliante velocità di 40 km orari. Il modello era molto semplice, un telaio che quasi ricorda una bicicletta, ruote sottili e gli indimenticabili pedali.

Avete capito di cosa stiamo parlando?

Si tratta del mitico Ciao Piaggio, il motorino che conquistò prima il mercato italiano e poi quello mondiale.

Il ciclomotore che ha reso la Piaggio famosa in tutto il mondo è uscito sul mercato l’11 ottobre 1967, con un prezzo che oggi ci lascia ovviamente a bocca aperta: parliamo infatti di 55.000 lire, ovvero circa  Euro 28.50!

Inizialmente, per via della sua linea molto semplice, agile e leggera, il Ciao Piaggio era destinato a un pubblico femminile, ma la storia ci insegna che l’interesse del mercato è stato molto più ampio: l’agile due ruote convinse molto presto entrambi i sessi.

Le cifre, infatti, parlano chiaro: nel 2007, al termine di 40 gloriosi anni di carriera, 3 milioni e mezzo di modelli di Ciao Piaggio erano stati venduti.

Considerato il prezzo, è facile intuire che uno degli obiettivi del Ciao era quello di diventare il motorino ideale per chi voleva risparmiare.

Il motore era un modesto 49cc, e tutto il resto era sfacciatamente spartano: freni, sella e portapacchi ricordavano quelli di una bicicletta, e non c’era traccia di sospensioni anteriori e posteriori.

Vi ricordate poi di quando bisognava riempirle la sua piccola tanica? Il Ciao Piaggio funzionava a miscela con 2/3% di olio, al diavolo la moderna benzina a 100 ottani!

Tra i suoi maggiori rivali noi ricordiamo Boxer, Sì, Bravo e Solex, che si rivolgevano però a un pubblico dai gusti più “sofisticati” rispetto a quelli degli stoici guidatori di Ciao.

Nonostante stia ormai diventando un pezzo di altri tempi, i raduni e le manifestazioni degli amanti del Ciao, organizzati tutti gli anni lungo lo Stivale, non fanno che confermare come questo motorino riesca ancora a sopravvivere nei cuori degli appassionati.

Voi ne guidavate uno, o ne avete ancora uno? Quanto vi mancano quelle estati all’italiana in sella al Ciao, in cui tutto ciò che contava era il ronzio del suo poderoso motore, il vento nei capelli e l’odore dell’asfalto?

Se pensate che il Ciao sia ancora un mezzo adatto al traffico moderno, o se siete dei nostalgici in cerca del vostro primo motorino, provate a fare nella sezione di Kijiji dedicata

Bruce Springsteen live

Lo stile di Bruce Springsteen nel corso degli anni

Torna Bruce Springsteen in Italia. E il boss, quando decide di salire sul palco, lo fa sul serio: sono ben quattro le date previste nel nostro paese per il Wrecking Ball tour 2013.

Dopo aver conquistato Piazza del Plebiscito settimana scorsa a Napoli, il rocker più navigato d’America si appresta a calcare il palco dello Stadio Euganeo di Padova questo sabato, per poi raggiungere l’immancabile stadio San Siro di Milano lunedì 3 e l’ippodromo delle Capannelle a Roma l’11 luglio.

Con una serie infinita di tour alle sue spalle, sono altrettanto numerosi i diversi periodi della carriera di questo grande artista. Abbiamo pensato che un modo divertente di fare un salto indietro negli anni sia riguardando i vari look scelti dal Boss nel corso degli anni: chissà che non possiate prendere spunto per la vostra tenuta da concerto di quest’estate, e ricrearli anche grazie alla nostra sezione abbigliamento.

Il look classico di Bruce Springsteen – tra Darkness on the Edge of Town & Born in the USA

darkness on the edge of town

In molti hanno provato a riproporlo, quel tipico abbigliamento da ribelle della East Coast, ma in pochi sanno sfoggiarlo con la sfrontatezza tipica del Boss. Risfoderarlo oggi significa riprendere un classico americano che non passerà mai di moda: vi ricordate quando abbiamo parlato di Fonzie, e quando vi abbiamo raccontato la storia dei Jeans? Ecco, questo stile nasce dallo stesso background da sobborgo della East Coast, ed è facilmente riproponibile con una maglietta bianca collo a V, giacca in pelle una taglia più grande, e degli immancabili Levi’s stretti, ma non troppo.

born in the usa bruce springsteen

Per completare l’opera, non rinunciate ad una cintura come quella che vedete nella copertina di Born in the USA: sia il disco, che le cinture in pieno stile americano, sono facili da trovare su Kijiji…

Il look anni 80

Nel corso degli anni 80, Bruce ha rivisitato un po’ il suo stile pur restando sempre fedele allo stile di ragazzo di strada del New Jersey. In questo concerto del 1988, tocca l’apice dello stile 80’s con un blazer smanicato, immancabile canottiera bianca e crocifisso in legno. I jeans diventano molto più stretti: per riprodurre lo stile del boss di fine anni ’80, provate a cercare degli ultra aderenti neri, come Cheap Monday, April 77 o Levi’s 510.

bruce springsteen live

E poi ad un certo punto, sempre nel periodo di Tunnel of Love (’87-’90), il Boss si è riscoperto galante, con camicia bianca e giacca nera. I dettagli immancabili? La brillantina e la cravatta da cowboy…

tunnel of love bruce springsteen

L’ultimo decennio

L’ultimo grande cambiamento nel look scelto da Springsteen è stato nell’ultimo decennio, in cui il cantautore di Long Branch si è reinventato in versione rocker di classe: scegliete camicia a mezze maniche, gilet e cravatta per un look facilmente ricreabile anche in questa calda estate di tour in giro per l’Italia…

Bruce Springsteen live

photo credits GabboT

Auto Anni 90: tra successi e pacchianate

golf arlecchino

Se pensate agli anni 90, quale auto vi viene in mente?

Se eravate bambini, impossibile non pensare all’auto di famiglia e a tutte le volte che papà vi portava a scuola. Se eravate un po’ più grandi, ricorderete forse con piacere la prima vera macchina: nuova e acquistata con i risparmi di una vita, o piuttosto un’economica Fiat Punto usata presa col primo stipendio.

Ma molte delle auto che non se ne andranno mai dai nostri ricordi sono le stesse che ci stupivano per le loro linee non esattamente tra le più accattivanti, o che trovavamo già all’epoca un po’ pacchiane.

Possiamo partire dalla Fiat Multipla, che ne dite? Anche se si tratta di un’auto ancora presente sul mercato e che ha in seguito trovato la sua clientela, il primo modello lanciato nel 1998 non riscosse un gran successo: le sue linee fecero una certa fatica a fare breccia nei cuori dei puristi del design.

Parlando della familiare di casa Fiat, un famoso giornalista del Times, Dan Nail, scrisse così:

“Multipla è un nome di prestigio per Fiat. La compagnia realizzò un adorabile micro-furgone con questo nome negli anni ’50 e ’60. Ma la Multipla che apparve nel 1998 fu tutto tranne che adorabile. Con i suoi strani abbaglianti situati alla base dei montanti anteriori, la Multipla sembrava che avesse più file di occhi, come un girino illuminato. Aveva quella strana proboscide davanti e un’ingombrante cabina dietro, e l’insieme era situato su ruote da nano. Ne affittai una in Europa e funzionò meravigliosamente, ma era così triste da guardare. La Multipla ci ricorda che le auto non solo devono funzionare bene, ma devono essere anche belle o, per lo meno, non devono assomigliare a questa”.

Un’altra vettura di dubbio gusto affermatasi negli anni ‘90 è il quadratissimo Hummer, il SUV statunitense che è rimasto in vita per soli 18 anni.  Per tutti e tre i modelli, ovvero H1, H2 e H3 i problemi principali erano quello dei consumi di benzina (tra 17 e 24 litri per 100 km nel caso dell’H2), delle dimensioni, poco pratiche per la vita cittadina, ed il peso enorme di 2,700 kg, che rendeva gli Hummer addirittura illegali in alcune parti degli Stati Uniti. Viste le grosse difficoltà di vendita, fu nel 2010 che, dopo aver tentato una trattativa con la casa cinese Sichuan, General Motors annunciò la definitiva chiusura del marchio, nato nel 1992.

Per ritornare ad auto più “italiane” ma dalla linea insolita, gli anni ’90 sono per molti rappresentati dalla Lancia Y10: piccola, facile da guidare e affidabile, ma certamente non la più brillante per quanto riguarda il design. La piccola scatoletta dal posteriore tronco aveva una porta del bagagliaio di colore nero a prescindere dal colore della carrozzeria, ed il suo “muso” era assai accentuato.

Infine, in cima alla nostra strana classifica, c’è una delle auto anni ‘90 che ricordiamo con più affetto, ma che ha avuto ancora meno successo di tutti i modelli citati finora: la Volkswagen Polo Arlecchino, con i suoi colori  oltre la barriera del kitsch, ha saputo fare breccia nel cuore di ogni appassionato di auto con un forte senso dell’ironia.

Rossa, gialla, verde e blu come l’omonima maschera, questa Polo fu lanciata sul mercato europeo nel 1995: inizialmente la produzione doveva essere limitata a 1.000 pezzi, ma il suo successo spinse Volkswagen a produrre 3.800 auto. È innegabile che ci voglia un bel po’ di coraggio per guidarla: voi ne avete mai vista o posseduta una?

Se, voi come noi, avete un’auto che vi ricorda più di altre gli anni ’90, non vi resta che riscoprire i modelli preferiti della vostra gioventù dalla sezione auto di Kijiji e condividerli con noi!

gara Le Mans

24 Ore di Le Mans: da 90 anni nel futuro dell’automobilismo

gara Le Mans

photo: Dave Hamster

Compie oggi 90 anni, ed è la corsa automobilistica di resistenza più antica al mondo. Che la sua fama la preceda, non ci sono dubbi. Eppure la 24 ore di Le Mans racchiude in sé tante di quelle storie e curiosità che la rendono una corsa misteriosa anche per molti dei più accaniti fan del mondo dei motori.

La prima domanda da porsi è immediata ma imprescindibile: com’è possibile arrivare al termine di una corsa di 24 ore? Che sia umanamente impossibile, non c’è dubbio. Per questo i piloti ad alternarsi sulla stessa macchina sono ben 3, con turni di almeno 2 ore ciascuno.

La seconda domanda è altrettanto diretta e altrettanto inevitabile: perché una corsa del genere è stata inventata? Ebbene nei suoi nobili intenti, la 24 Ore di Le Mans era stata ideata per poter accogliere auto sportive e performanti, ma allo stesso che fossero all’avanguardia per quanto riguarda resistenza ed affidabilità. Facile dimostrare come molte delle innovazioni nell’industria automobilistica nel corso della storia siano state introdotte grazie a questa leggendaria corsa.

Le Mans è una sorta di selezione naturale, un darwinismo delle auto da corsa: storicamente, le auto dovevano dapprima correre un’ora senza pit-stop per cambiare olio o liquidi di raffreddamento. Le auto che non potevano terminare un’ora senza cambiare olio venivano poi squalificate.

È a Le Mans che sono stati testati per la prima volta tanti degli elementi che hanno rivoluzionato l’automobilismo moderno: dai tergicristalli elettrici, passando per freni a disco e monoscocca, si è arrivati addirittura all’introduzione di un motore ibrido in una vettura da corsa dall’edizione 2012.

Un’altra curiosità che rappresenta l’enorme influenza di Le Mans nel mondo dell’automobilismo, è l’usanza della doccia di champagne che deriva direttamente dall’edizione del 1967, in cui Dan Guerny decise di spruzzare il contenuto della bottiglia invece che di berlo. Siccome i bersagli erano Henry Ford II ed il proprietario del team, Carroll Shelby, questa trovata suscitò ancor più scalpore: da lì in poi la tradizionale “doccia di champagne” divenne un rituale irrinunciabile.

Tornando all’edizione di questo 22 e 23 giugno, le favorite alla vittoria finale sul famoso circuito di 13,629 kilometri nel Nord della Francia sono la Audi R18 e-tron quattro e la Toyota TS030, mentre troveremo la Honda HPD ARX-03a nel ruolo di outsider di lusso.

Stiamo parlando di prototipi incredibili con due motori di elettrici di supporto in anteriore (nel caso della Audi) e posteriore unito ad un sistema per il recupero dell’energia cinetica (nel caso della Toyota), macchine che probabilmente nessuno di noi avrà forse l’onore, o il coraggio, di testare in vita sua.

Se amate la grande tradizione e la capacità innovativa di Le Mans e cercate vetture disponibili sul mercato, sarà molto più facile trovare qualcosa nella sezione auto di Kijiji: noi abbiamo trovato una Triumph Spitfire 4 MKII con cui, volendo, avreste le carte in regola per partecipare alla Le Mans storica…

triumph spitfire auto per le mans storica

Ayrton Senna Monaco

Gran Premio di Montecarlo: le 5 gare migliori

Ayrton Senna Monaco

Ayrton Senna a Monaco nel 1992 credits: Iwao

È indiscutibile che il Gran Premio di Monaco non sia una corsa come tutte le altre. Quello in arrivo questo weekend è un GP che si porta alle spalle tanta di quella storia ed emozioni da far rabbrividire chiunque si sia interessato alla Formula 1 almeno per qualche istante nel corso della sua vita.

Che ci sia qualcosa di diverso in quei tornanti del Principato è anche facile dimostrarlo: questo è il tracciato più breve (3,340 kilometri), e la distanza totale di corsa (260,520 kilometri) è la più corta di tutto il calendario della F1. Per dare il via alle danze, la FIA chiude addirittura un occhio o due sul regolamento: normalmente la distanza minima dovrebbe superare 305 kilometri, e le verifiche tecniche dovrebbero svolgersi il giovedì – non il mercoledì come succede al Gran Premio di Montecarlo.

Ma, se dal 1929 si è fatto tutto il possibile per continuare a correre il GP di Monaco, ci sono tanti motivi. Il migliore è sicuramente il carattere spettacolare del tracciato, con un’infinita tradizione fatta di duelli impensabili, imprevedibili, all’ultimo sangue.

Per ingannare l’attesa per il GP di domenica, abbiamo pensato di ripescare dall’album dei ricordi i nostri duelli preferiti della F1 a Monaco…

 

5- GP di Monaco 1997

Un tributo a Michael Schumacher…questo forse non è stato il GP di Monaco più spettacolare, ma è stato senz’altro quello in cui più di tutti, Schumi ha saputo dimostrare la sua classe leggendaria:

4- GP di Monaco 1996

Erano in 22 alla partenza, ne arrivarono in 4. Anche l’immenso Michael Schumacher dovette arrendersi…vi ricordate a chi andò la vittoria? Questa è difficile indovinarla…

3- GP di Monaco 1984

Raramente ci si aspetta la pioggia a Montecarlo. Ma quando succede, sono cose da urlo. Non l’ideale per chi guida, ma le emozioni sono garantite. E questo bagnatissimo Gran Premio del 1984 diventò il biglietto da visita di Ayrton Senna…

2- GP di Monaco 1982

A pochi giri dal termine, nessuno avrebbe potuto mai immaginarsi un finale del genere, cose da pazzi! Per ricordarvi chi la spuntò, non perdetevi il video:

1-GP di Monaco 1992

Ayrton Senna contro Nigel Mansell. Dobbiamo aggiungere altro? Una battaglia epica fino all’ultimo giro…voi vi ricordate chi la spuntò?

Se dopo tutti questi video avete ancora più voglia di F1, non scordatevi che su Kijiji potrete trovare di tutto per riscoprire questo circuito: dai videogiochi di Formula 1, dove sarete voi a dover conquistare le strade del Principato, ai DVD dei gran premi più indimenticabili

plymouth barracuda

Tutte le auto di Fast And Furious 6

Fast and Furious è da sempre una serie destinata a dividere. Col suo spirito un po’ eccessivo, americanissimo e con una formula ben conosciuta, non è questo il genere di film che vuole stimolare riflessioni critiche di spessore. Eppure, per molti spettatori, l’episodio numero 6 in uscita questa sera non sarà una formalità, anzi, nasconderà tantissime chicche da tenere ben d’occhio.

Stiamo forse parlando dei dialoghi da Oscar tra Jason Statham e Vin Diesel? No, certo che no. Poco a che vedere con gli attori. Saranno i motori, piuttosto, a fare sognare tanti spettatori. Macchine che, come da gloriosa tradizione, conquisteranno il centro della scena con tutta la loro aggressività e i rombi dei loro motori modificati.

Per questo abbiamo pensato fosse cosa buona e giusta investigare un po’ più a fondo sulle auto di Fast and Furious che da stasera vedrete sfrecciare nei cinema di tutta Italia.

Inevitabile cominciare dai protagonisti: quale macchina ha scelto il buon vecchio Vin? Come al solito, Diesel ha badato al sodo. All’inizio del film guiderà una Dodge Challenger del 2011 – la stessa che aveva nell’episodio precedente. Qualcosa di simile a questo, per intenderci:

dodge challenger 2011

Ma la macchina principale di Vin sarà poi una replica della Dodge Charger Daytona del 1969, color vinaccia a quanto è possibile vedere dall’anteprima che trovate qui sotto.

 

Le modifiche che si dice siano state fatte per questa replica, che monta un motore LS3 V8 della General Motors, riguardano l’alettone posteriore, un pelo più corto di quello originale, e il cofano, anch’esso accorciato.

Nel finale Vin Diesel domerà poi una Plymouth Barracuda del 1970

plymouth barracuda

 

Rispetto a questa versione originale, la Barracuda di Fast and Furious 6 monterà una coda targata Jaguar, sospensioni indipendenti e motore a testata emisferica.

Passando al prossimo personaggio, l’immancabile Michelle Rodriguez fa il suo ritorno su una Jensen Interceptor del 1971. Potete aspettarvi qualcosa tipo la macchina qui sotto, ma con un V8 LS3 della General Motors sotto il cofano:

jensen interceptor

credits: Sicnag

Per il personaggio di Paul Walker, Brian O’Connor, potete aspettarvi una Nissan GT-R del 2012, una macchinina tipo quella del video:

Per tutte le altre macchine in ruoli di supporto, vedrete molte Ford Escort RS2000, varie Mustang 1969 e 1970, un’Aston Martin del 2006 e delle BMW M5 condotte dai nemici.

Come la vedete questa nuova scarrellata di bolidi veloci e furiosi: ottime scelte, o preferivate altre macchine dagli episodi precedenti? Fateci sapere, e non scordatevi di segnalarci tutte le macchine di Fast and Furious che trovate nella sezione auto di Kijiji!

xbox e xbox 360

Xbox: la console che ha rivoluzionato il mondo del gaming

xbox e xbox 360

Quando la prima Xbox arrivò sul mercato europeo nel 2002, c’era una strana atmosfera intorno a quella scatoletta nera. Molti dei gamers da console, quelli che, per intenderci, erano cresciuti a pane e Nintendo, storcevano il naso all’idea di una piattaforma da gioco targata Microsoft.

Il motivo era semplice: da sempre simbolo di personal computer e gaming da tastiera, la casa americana si stava lanciando su un terreno che non era ritenuto suo di diritto.

Oggi, dopo poco più di un decennio di alti e bassi, Microsoft è pronta a presentare la nipote di quella prima Xbox. E lo fa su un mercato delle console che è diventato il suo terreno di conquista. L’alone di mistero attorno a questa macchina (di cui non si sa ancora ufficialmente il nome: Xbox 720 o Xbox Infinity, o addirittura Durango?) la dice molto lunga sul modo in cui Microsoft può alimentare l’interesse attorno al suo nuovo giocattolo.

Tralasciando le speculazioni sull’hardware e su tutto ciò a cui solo il tempo (e la conferenza di oggi) saprà rispondere, crediamo che questo sia il momento ideale di darci un’occhiata alle spalle e ripensare a questo primo decennio “Made in Xbox”.

La prima Xbox (data di lancio: 14 marzo 2002)

Messa da parte la diffidenza di alcuni, la prima Xbox aveva in realtà molte potenzialità rispetto alle altre console sul mercato d’inizio millennio: con processore Intel da 733 MHz e una buona scheda grafica da 250MHz sviluppata in collaborazione con Nvidia, questa era anche la prima console a supportare un hard-disk per i salvataggi.

Niente più memory card, insomma: un bel calcio alla nostalgia, e addio a quelle schedine che ci avevano accompagnato sulla prima Playstation, Super Nintendo e tante altre console anni ’90. Con la prima Xbox si poteva quindi trasferire la musica da un cd all’hard disk, per poter poi inserire alcune canzoni nelle colonne sonore dei giochi stessi.

Tutto abbastanza futuristico, forse troppo? C’era, infatti, chi aveva problemi ben più pratici: il joystick veniva ritenuto troppo grosso, la console troppo pesante, e i primi giochi presentati, come Project Gotham Racing, Shrek e Cel Damage, non solleticavano troppe fantasie.

Eppure ci furono anche un paio di chicche capaci di cambiare la storia dell’Xbox: in primis Halo, che seppe diventare il gioco più importante della franchigia e rivoluzionò l’idea di sparatutto. In seguito, il lancio della piattaforma Live per giocare su internet, che raggiunse 250.000 nuovi utenti nei primi 2 mesi. A conti fatti, un paio di grandi successi su cui costruire il futuro.

Xbox 360 (data di lancio: 2 dicembre 2005)

La prima Xbox, con le sue 24 milioni di unità vendute, fu battuta dalla PS2, ma seppe portare Microsoft nella posizione di erede al trono Playstation. Da qui partì la scalata che ha portato Xbox 360 a vendere 77.2 milioni di copie dal 2005 ad oggi, eguagliando o addirittura superando i dati della PS3, che si aggirano tra 70 e 77 milioni.

Il successo della 360 è storia recente: i suoi più grandi successi, Kinect Adventures e Call of Duty Black Ops, capaci di vendere 36 milioni di copie in due, sono entrambi usciti nel 2010.

Inutile dire che la piattaforma Live integrata con servizi di streaming e update in diretta, unita ad una scheda grafica da 512MB con 10MB di eDRAM, rendono i giochi per Xbox 360 tuttora super competitivi nel mercato console.

Qualunque siano le caratteristiche dell’oggetto misterioso svelato oggi da Microsoft, i presupposti perché questa possa diventare la consolle dominante sul mercato ci sono tutti.

Che idea avete della piattaforma Xbox, e cosa vi attendete da questo grande annuncio? Se leggete il nostro articolo in seguito alla conferenza Microsoft, quali sono le vostre prime impressioni?

Nell’attesa, se avete voglia di ripescare qualche titolo Xbox che non avete mai giocato, non vi resta che setacciare la sezione videogiochi di Kijiji…troverete veri e propri affari!

jeans levis

20 Maggio 1873: brevettati i jeans Levi’s

jeans levis

A oggi è davvero impossibile conoscere qualcuno che non abbia un paio di jeans nel suo guardaroba: si tratta dell’unico capo nel mondo della moda che mette d’accordo tutti i gusti, e che è adatto a tutte le generazioni.

Ma da dove e perchè comincia la storia dei jeans?

Le loro radici si divisero inizialmente tra l’Europa e l’America. Nel vecchio continente, l’Italia ebbe un ruolo centrale: il nome blue jeans sarebbe dovuto alle origini genovesi e al termine francese “blue de Gênes”, in una sorta di collaborazione tra le regioni sulle due sponde delle Alpi.

In realtà, si trattò piuttosto di una rivalità: il tessuto utilizzato per i calzoni da lavoro dei marinai genovesi arrivava solitamente dalla città di Nîmes, nel Sud della Francia, o da Chieri, in provincia di Torino, due grandi centri tessili dell’epoca. Facile, quindi, pensare che il termine “blue de Gênes” fosse dovuto alla produzione francese.

Per quanto riguarda la nascita dell’attuale modello dei jeans, furono ovviamente gli Stati Uniti a raccogliere il testimone, e in particolare New York. Aveva infatti sede qui la merceria della famiglia Strauss, aperta nel 1847, di cui Loeb Strauss diventò gestore.

La sorella Fanny si era nel frattempo spostata a San Francisco, dove aprì un negozio col marito David Stern, usando molte delle stoffe provenienti dal negozio di Loeb. La bottega ebbe un tal successo che presto ci fu bisogno di una mano: chi meglio di Loeb poteva unirsi per espandere il business?

Loeb cominciò a farsi chiamare Levi, più facile da pronunciare in inglese, ed ebbe da subito fiuto per gli affari: molto presto, si accorse che i pantaloni dei minatori e contadini locali non erano abbastanza resistenti, e che era l’ora di introdurre un nuovo tessuto.

Detto fatto, Levi trovò un sarto a cui commissionò dei pantaloni in tela, molto più resistenti. Una volta a corto di tessuto, però, Levi dovette chiedere ai suoi fratelli, ancora a New York, di inviare una nuova partita di tela.

Il piccolo particolare è che Levi ricevette invece del tessuto denim (abbreviazione di “de Nimes”), e seppe fare di necessità virtù.

I nuovi pantaloni da lavoro in denim ebbero immediatamente successo, e nel 1870 avevano già reso il temerario Levi ricco. Eppure anche questo modello era tutt’altro che perfetto e si rompeva facilmente, in particolare le tasche.

L’idea che perfezionò e portò alla creazione del primo vero e proprio modello di jeans Levi’s arrivò quindi da Jacob Davis, un sarto di Reno che stava sistemando dei pantaloni dal tessuto denim della Levi Strauss & Co. per un cliente.

Il sarto ebbe l’idea di rafforzare le cuciture, ribattere la parte della cintura e aggiungere delle piccole borchie di rame per rafforzare le tasche: il gioco era fatto, quello diventò il primo vero paio di Levi Strauss!

Davis capì anche che il nuovo modello di calzoni avrebbe funzionato, e decise quindi di scrivere a Levi per assicurarsi che la sua idea fosse protetta: il 20 Maggio 1873 i due ottennero il brevetto.

E voi, avete un paio di Jeans preferito? Siete ancora dei fedelissimi dei Levi’s o pensate ci siano marche migliori? Per un’occhiata alle ultime occasioni presenti su Kijiji,  fate un giro nella sezione dedicata.

Storia della Mille Miglia, la corsa con le auto d’epoca nel cuore

È tutto pronto a Brescia per la Mille Miglia, una di quelle tradizioni che fanno dell’Italia una terra unica per tutti gli appassionati di motori.

Per rendere meglio l’idea, la Mille Miglia è per gli amanti delle auto d’epoca un po’ quello che Monza è per la Formula 1, piuttosto che il Mugello per i motociclisti: l’istituzione per eccellenza.

L’edizione 2013 vedrà al via di viale Venezia ben 400 vetture storiche, tra cui 130 anteguerra e più di 200 provenienti da 30 paesi stranieri diversi.

Questa è una gara di cuore, molto più che di numeri: considerate le strade e le vetture del tempo, era cosa un po’ da pazzi, in quel lontano 1927, pensare di completare un percorso di 1600 kilometri senza intoppi. Eppure Fernando Minoja, che vinse quella prima prova in poco più di 21 ore a bordo di una brescianissima O.M., riuscì a mantenere una media sbalorditiva per l’epoca: 77,238 km/h.

Questo era un messaggio forte, che mostrò a tutti come fosse possibile ripetere una corsa attraverso l’Italia, un Giro d’Italia delle auto. Proprio come il Giro d’Italia, infatti, la Mille Miglia si avvaleva del supporto logistico de La Gazzetta dello Sport, e la sua popolarità aumentò nel corso degli anni.

Nonostante le difficoltà dovute alla guerra, si corse una Mille Miglia anche nel 1940, tra Brescia, Mantova e Cremona. Un paio di curiosità su questa edizione ben dimostrano l’importanza della corsa, nonostante tutto quello che stesse accadendo nel mondo: la vettura vincitrice, un’auto della Touring Milano, era già capace di toccare un record di 220km/h, mentre ci fu spazio anche per la prima auto costruita da Enzo Ferrari, un’Auto Avio 815.

Vista l’interruzione bellica, non ci furono poi altre corse fino al 1947: da allora la competizione riprese per un’altra decina anni, in cui spiccò l’impegno di Enzo Ferrari.

Fu quasi ai limiti dell’incredibile l’edizione del ’48, in cui Ferrari si rivolse al leggendario Tazio Nuvolari, ormai malato e invecchiato.

A bordo di una Ferrari 166 SC, Nuvolari volò fino a Bologna, dove, ormai sulla via del ritorno, dovette togliere il cofano della vettura, ormai in panne, per continuare. Il grande sogno di Nuvolari si infranse poi a Reggio Emilia, dove la sua macchina non poté più reggere il grande sforzo.

Nel corso degli anni ’50 la Mille Miglia vide anche sfilare grandi piloti come Fangio e Ascari, diventando sempre più veloce e professionale. In questo periodo la fece da padrona la Mercedes, che preparava le vetture e la sua strategia nel minimo dettaglio. Tragico fu poi l’epilogo, con un incidente mortale che, nel 1957, costrinse le autorità a fermare la corsa.

Da allora fu impossibile ripresentare lo stesso tipo di competizione, e la Mille Miglia tornò come rievocazione storica: prima a intermittenza, poi in pianta stabile dal 1982.

Ritornando all’edizione di quest’anno, Porsche, Alfa, Fiat e Jaguar saranno le case produttrici più rappresentate, e tra i piloti più attesi spiccano l’ex campione di Formula 1 David Coulthard e Andrea Cassarà, campione olimpico di fioretto.

Tra Ferrara, Roma, Firenze, Bologna, saranno tante e imperdibili le tappe nei centri storici italiani: voi avete mai assistito a una Mille Miglia? E qual è l’auto storica che avete nel cuore?

Se ne cercate una in particolare, o volete sognare ad occhi aperti assieme a noi, consultate la sezione di Kijiji dedicata a queste indimenticabili auto d’epoca.

Topolino numero 1

Mickey Mouse, alias Topolino: viaggio nella storia senza tempo dell’animazione Disney

A guardarlo, è molto difficile indovinarne l’età. Voi avete notato qualche ruga in più sul volto di Mickey Mouse, il caro vecchio Topolino, che oggi soffierà 95 candeline? Noi non ne abbiamo viste molte…

Fu, infatti, il 15 maggio 1928 che il celeberrimo topo in braghe rosse ideato da Walt Disney fece la sua prima apparizione ufficiale su un aeroplano tutto pazzo, in Plane Crazy.

A dirla tutta, quel debutto non fu all’altezza della reputazione del personaggio: la prima proiezione, per pochi eletti, fu un vero e proprio fiasco. Come risultato, Disney non riuscì a trovare un distributore per il nuovo arrivato.

Ci volle poi una buona dose di testardaggine per far sì che Mickey Mouse trovasse un suo distributore: Gallopin Gaucho, uscito poco dopo, fu un altro fallimento. Fu soltanto alla terza prova, a sei mesi di distanza con Steamboat Willie, che il personaggio riuscì ad apparire nei cinema di tutta America, con grandi consensi di critica e pubblico.

Da lì in poi fu una strada piuttosto in discesa: sbaragliata nel giro di qualche anno la concorrenza di Felix the Cat, Walt Disney basò il successo di Mickey su una strategia unica.

Forte di una macchina promozionale impeccabile, Topolino diventò sia un’icona del suo tempo che un prodotto esportabile su molte piattaforme.

La storia di Topolino in Italia

Oltre alla visione e all’ostinazione di Walt Disney, ci volle poi un fiuto tipicamente italiano per far approdare Topolino nello stivale: questo personaggio trovò una dimensione tutta sua nel formato stampato.

Fu infatti grazie a un editore fiorentino, Giuseppe Nerbini, che la versione fumettata dell’eroe Disney fece la sua prima comparsa italiana, con la pubblicazione del primo numero di Topolino nel 1932. In questo periodo iniziale, la maggior parte delle storie riproduceva vignette americane, mentre c’era poco spazio per i disegnatori di casa nostra.

Con l’avanzare dei numeri e della popolarità, si venne a stabilire una vera e propria tradizione italiana del fumetto Disney. Passato a Mondadori nel 1935, Topolino fu pubblicato a intermittenza durante la guerra, con tutti i problemi del caso.

Fu poi nel 1949, con il primo Topolino in versione libretto, che si ebbe il primo vero embrione del giornalino che abbiamo tutti letto nella nostra infanzia.

Topolino numero 1

Mensile fino al 1952, quindicinale fino al 1960, e settimanale fino ai giorni nostri, Topolino ha incantato almeno tre generazioni di lettori, grazie alla nostra grande tradizione di disegnatori Disney del dopoguerra.

Tra i grandi nomi dei suoi disegnatori italiani, come scordarsi dei mitici Luciano Bottaro, Carlo Panaro, Romano Scarpa e Giovan Battista Carpi? Con l’immancabile abbonamento e le sorpresine speciali, ci viene impossibile pensare al periodo delle scuole elementari senza Topolino…

Noi in particolare ricordiamo con molto affetto l’indimenticabile speciale sul Mondiale di Calcio 1986: disegnato da Massimo de Vita, “Topolino e il Mistero Mundial” aveva tre finali diversi, ideati da Enzo Bearzot, Karl Rumenigge e Sandro Pertini, ed era un vero e proprio esempio della ricercatezza e del grande lavoro in fase di scrittura dietro a ogni storia della rivista.

topòlino e il mistero mundial

E voi, di quale storia non vi dimenticherete mai? Avete personaggi, disegnatori o numeri preferiti? Sceglievate il settimanale o i cari vecchi Almanacchi di Topolino?

Se siete presi da un pelo di nostalgia, provate magari a ritrovarli nella pagina di Kijiji dedicata a Topolino.